Recensione di Sharp Objects: la Miniserie HBO che ha illuminato la scorsa stagione televisiva

Ho deciso di recuperare, in questi giorni, “Sharp Objects”, miniserie statunitense, creata da Marti Noxon, trasposizione di un romanzo del 2006 di Gillian Flynn.

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Devo ammettere di aver trovato la serie in questione, di cui si è tanto parlato e che ha ricevuto tantissime candidature per diversi premi del settore televisivo/cinematografico (ed è valsa persino un Golden Globe, come migliore attrice non protagonista in una serie, a Patricia Clarkson), davvero convincente.

La trama, per chi non l’avesse vista, è presto sintetizzata: Camille è una giornalista di cronaca, che viene inviata, nel suo paese d’origine, Wind Gap, per scrivere un articolo su un terribile crimine, che ha visto, come vittime, due ragazze poco più che adolescenti. Il paese, teatro della storia, è poco amato da Camille, reduce da un’infanzia travagliata e da un’adolescenza difficile, che le ha lasciato traumi mai risolti, che la portano a tagliarsi ripetutamente, fino a incidere sulla pelle un reticolato di parole. Durante le indagini, Camille si troverà ad accorgersi che il misterioso crimine sia più vicino alla propria famiglia di quanto avrebbe mai immaginato.

Sharp Objects è un prodotto intrigante, da apprezzare sotto svariati profili. Innanzi tutto, la storia è ben costruita e si lascia seguire, portando avanti almeno tre filoni narrativi convincenti, che suscitano la curiosità dello spettatore. Noxon dà ampio spazio, infatti, alla storia di Camille e della sua famiglia, alle indagini che si svolgono in relazione agli ultimi drammatici crimini e, infine, alla descrizione di un paese arretrato, del sud degli Stati Uniti, che si rivela essere un ambiente più disturbante di quanto si potrebbe credere in un primo momento.

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Amy Adams, nel ruolo di protagonista, spicca per la sua capacità di adattarsi a un personaggio problematico e trasandato, molto lontano dalla maggior parte dei ruoli in cui l’ho vista all’opera precedentemente. Il suo sguardo spento e la sua arte di trasformazione le valgono sicuramente un plauso. Difficilmente tante altre attrici sarebbero state parimenti credibili.

La regia è stata, poi, sicuramente all’altezza, anche se, dalle ultime puntate, mi sarei aspettato un climax di tensione, che non si è poi verificato. Forse, però, questo è stato dovuto a una scelta registica voluta, che ha poi portato a un colpo di scena finale che, sicuramente, avrà sorpreso tutti gli spettatori.

Sharp Objects, dunque, per me è stato un esperimento certamente di successo, che ha dimostrato come anche, tramite un minutaggio limitato (si tratta di soli 8 episodi da 50 minuti), si possa creare una storia avvincente, in grado di riservare adeguato spazio alle indagini introspettive e psicologiche, all’interno di un contesto, comunque, molto più che accattivante.

3 commenti

  1. Sono d’accordo, è stato davvero una bellissima sorpresa!
    La mancanza di un climax, negli ultimi episodi, secondo me è da imputare anche al romanzo, che al contrario non mi ha proprio entusiasmato; si vede che è la prima opera di Gillian Flynn, e in alcuni punti la trama zoppica parecchio. Diciamo che è uno dei pochi casi in cui la serie è meglio del libro!

    Se non l’hai ancora visto ti consiglio anche Big Little Lies, altra miniserie dello stesso regista. Anche quella ha pochi episodi e, se possibile, ha uno sviluppo e una regia ancora migliori, io l’ho iniziata a vedere per caso e me ne sono innamorato!

    Piace a 1 persona

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