CHERNOBYL – UNA MINISERIE DA APPLAUSI

È raro pensare che un prodotto – di qualsiasi genere – sia davvero perfetto, privo di qualsiasi pecca. È raro, ma non impossibile. Chernobyl, infatti, per me è una miniserie – sono, infatti, soltanto cinque gli episodi –  a cui è impossibile rivolgere un qualsiasi tipo di appunto. Ed è il perfetto riscatto dell’HBO, dopo le turbolenze di un’ultima stagione di Game of Thrones mal recepita dalla critica .

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Lo show HBO in questione è stato creato e scritto da Craig Mazin e interamente diretto da Johan Renck.

La trama di Chernobyl, come sarà facile intuire, ruota attorno alle vicende dell’Aprile del 1986, quando un reattore nucleare, situato nelle vicinanze delle cittadine ucraine di Prypjat e di Chernobyl, letteralmente esplose, emanando una nuvola di materiale radioattivo, che si depositò su un vastissimo territorio circostante.

Lo show cerca di indagare le cause, come si provò a porre rimedio al disastro, ma soprattutto fa chiarezza sulla mentalità dell’Unione Sovietica del tempo, che sicuramente fu causa dell’incremento delle vittime conseguenti al disastro.

Protagonisti della serie sono Valery Legasov (Jared Harris), scienziato che supervisionò l’opera di messa in sicurezza della centrale, Boris Shcherbina (Stellan Skarsgard), vicepresidente del Consiglio dei Ministri all’epoca e Ulana Khomyuk (Emily Watson), personaggio creato dagli showrunner per esemplificare lo sforzo e la dedizione degli scienziati che assistettero Legasov nei mesi successivi all’esplosione.

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La serie ha una regia inappuntabile, con un mirato utilizzo di flashback e una precisione chirurgica nei cambi di scena. A ciò si accompagna la performance brillante di tutti gli attori comparsi in scena, capaci di incarnare personaggi estremamente differenti, che si rivelano essere tutti pedine meticolosamente disposte per creare un impianto drammatico da applausi. L’aspetto di resa tecnica mi pare parimenti valido, con effetti speciali sempre credibili, seppur, a tratti, non iper-realistici.

La fotografia sceglie sempre i filtri giusti e ci dà costantemente l’idea di un grigiore reale ed metaforico, connaturato all’idea stessa della tragedia.

È complesso persino dilungarsi su questa miniserie, che è, a mio modo di vedere, un prodotto must-see, in grado di coniugare l’intrattenimento all’approfondimento storico. È uno show che riesce a fare luce su una tragedia che le più giovani generazioni probabilmente non conoscono bene.

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Ciò che più mi ha colpito è stata l’attenzione con cui si è voluto porre a fondamento del disastro la strategia di bugie sistematiche del governo sovietico. Troppo preoccupati da apparire migliori degli altri, i sovietici sono stati disposti a sacrificare migliaia di vite umane, nel tentativo di nascondere i propri errori. È toccato a Legasov sacrificare la propria vita (letteralmente) per costringere l’Unione Sovietica a porre rimedio ai difetti di progettazione dei reattori nucleari.

Indagare su questo particolare pezzo di storia, inoltre, ci rende perfettamente edotti di come tutta l’Europa abbia corso un rischio enorme, all’indomani dell’esplosione, quando non era affatto certo che il governo sovietico avrebbe messo a disposizione le risorse necessarie a limitare le conseguenze e i danni di uno dei più drammatici disastri della storia dell’umanità.

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