Recensione di “La strada” di Cormac McCarthy – un libro straniante che si dimentica di raccontare una storia

Non sapendo cosa leggere, mi sono buttato su uno dei tanti “classici” in attesa di essere letti sul mio scaffale. È così che mi sono approcciato a “La strada” di Cormac McCarthy.

“Ci dimentichiamo le cose che vorremmo ricordare e ricordiamo quelle che vorremmo dimenticare.”

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La strada è un romanzo post-apocalittico del 2006 di uno scrittore statunitense enormemente acclamato. E proprio La strada è uno dei suoi romanzi più letti e discussi della sua produzione.

La storia segue le orme di un uomo e del figlio in uno scenario desolante, di un America post-apocalittica, in cui sono pochi i superstiti. Non comprendiamo mai veramente cosa sia successo, ci limitiamo a scoprire che tantissime persone sono morte carbonizzate.

Padre e figlio vanno avanti, per la strada, in un percorso continuo, per non rimanere in balia di possibili minacce e nemici, nella speranza di poter trovare qualcosa che li aiuti e interrompa questo infinito vagabondare senza una meta precisa.

La mancanza di nomi ai personaggi contribuisce a dare un senso di straniamento al lettore in un mondo in cui tutti hanno perso l’identità. Persino l’identità non ha valore – anche se il personaggio del vecchio viandante, quasi per contrasto, non vuole “regalare” il suo nome, mettendo enfasi proprio sul tema del nome – in un tempo vuoto, senza regole e senza proprietà.

Gli uomini diventano bestie, alla ricerca di una modalità per sopravvivere. Alcuni ricadono nel cannibalismo e in ogni genere di crimine: tutto pur di rimanere in vita.

Le bassezze umane e le scene più crude e disturbanti si mescolano davanti agli occhi del bambino che, come entità che rappresenta (o dovrebbe rappresentare) l’innocenza, osserva, commenta e fa domande al padre. Gli scambi tra padre e figlio servono a sottolineare questa nichilistica osservazione della fine del mondo.

La mia impressione, comunque, è quella di un romanzo che mi ha lasciato poco, che ha raccontato poco. Si tratta di un libro che cerca di far riflettere e trasmettere immagini, ma che, a mio avviso, si dimentica di raccontare una storia.

Lo stile di McCarthy è interessante, tambureggiante e perfettamente coerente con l’obiettivo di trasmettere un senso di straniamento e perdita di identità.

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