Recensione di “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera: tra storia e ricerca di identità

“Solo ciò che è necessario è pesante, solo ciò che pesa ha valore.”

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Non avevo mai riflettuto più di tanto su questo titolo. Sicuramente l’opera di Kundera è un capolavoro della letteratura del novecento, ma non è fra i titoli che si studiano a scuola e, a dispetto della fama, non ero mai stato tentato di leggerlo. Eppure, il titolo, a un certo punto, è diventato irresistibile per me.

Per me che sono una persona “pesante”, leggere un libro che racconta la contrapposizione fra pesante e leggero, ricalcando (e citando) la contrapposizione parmenidea fra essere e non-essere, era una tappa obbligatoria.

“«Non cerco il godimento,» diceva «cerco la felicità, e il godimento senza felicità non è godimento». In altre parole, lei batteva al cancello della sua memoria poetica. Ma il cancello era chiuso. Nella memoria poetica di Tomàs non c’era posto per lei. Per lei c’era posto solo sul tappeto.”

In questo romanzo ci sono due componenti riconoscibili.

La prima è più intimista e descrive essenzialmente quattro personaggi, le loro storie d’amore e di sentimenti, il loro arduo percorso per trovare l’identità.

La seconda è più storica. Parlare della Cecoslovacchia, dell’invasione russa, dei dissidenti e del comunismo è uno dei moventi più essenziali dietro quella che è l’opera più ricordata di Kundera, che divenne intellettuale scomodo per la sua patria a causa della sua schiettezza.

“Nel cervello c’è una zona speciale che potremmo chiamare memoria poetica che registra tutto quello che ci affascina o commuove, cioè che rende bella la nostra vita.”

È un romanzo importante per la sua capacità di analizzare la società novecentesca. Una società che, a prescindere dalle peculiarità del contesto, ha dei tratti comuni. È una storia che, come ho già anticipato, si sofferma sul tema dell’identità.

Non è tanto – come potrebbe sembrare all’apparenza – un romanzo d’amore, che ci parla delle passioni di quattro personaggi pieni di contraddizioni. È un romanzo che ci ricorda che il modo in cui viviamo le passioni ci definisce. Scopriamo noi stessi attraverso il nostro sentire e di relazionarci al prossimo, soprattutto in amore.

Una menzione speciale la faccio alla parte dedicata al cane di Tereza e Tomas. La fine di Karenin vibra romanticismo e arriva al cuore del lettore, soprattutto di un lettore che ha amato e perso un cane. Kundera è stato eccellente anche nello scolpire questo tipo di amore che ha una frequenza del tutto diversa da quello fra umano e umano.

Ho ascoltato questo romanzo su Audible e l’esperienza è stata estremamente piacevole. Ho amato Bentivoglio nel ruolo di lettore. La voce perfetta per questo romanzo.

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