Uccelli vivi di Samanta Schweblin: si può scrivere meravigliosamente di nulla

“Pensai a cose del tipo che se ci sono persone che mangiano altre persone allora mangiare uccelli vivi non era poi così tremendo.”

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Mi sono avventurato nella lettura della raccolta di racconti “Uccelli vivi” della scrittrice argentina Samanta Schweblin, su suggerimento di una cara amica.

La Schweblin dice che trae ispirazione per scrivere da momenti che la fanno infuriare o da episodi che la infastidiscono e di cui non riesce a liberarsi.

Il risultato? Una serie di racconti nichilisti, violenti, stranianti. Una serie di racconti che mette in luce le capacità tecniche sopraffine dell’autrice che riesce a scrivere di nulla in modo impeccabile.

“Commozione. Quell’opera emana qualcosa che li fa impazzire. L’immagine sovrana del corpo violaceo. La morte a pochi metri. Carne umana. Cosce gigantesche. Pigiate in una valigia. Incastrate nel cuoio. E l’odore.”

Quello che mi ha colpito, più d’ogni cosa, di questa raccolta è l’abilità di Schweblin nel mantenere altissima l’attenzione del lettore, portando avanti storie con significati sottesi o del tutto incentrate su inezie. Un grandissimo nulla, un nichilismo così travolgente da essere unico nel suo genere.

Mi ha fatto domandare: ha senso scrivere meravigliosamente di niente? È un modo per truffare l’arte dello scrivere?

A mio modo di vedere, ogni scrittura è valida e se ti tiene incollato alle pagine, ben venga.

Però, sono un animo sensibile, quindi provo comunque andare oltre al nichilismo della scrittrice argentina e dico che questa raccolta è una summa dell’animo umano, in grado di focalizzarsi sulle piccole cose, sulle cose abiette, di adattarsi allo schifo e all’insensatezza. Ecco, penso che la Schweblin veda l’uomo come un organismo che si adatta, si adatta anche al niente.

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