La città dei vivi di Nicola Lagioia: recensione e le frasi più belle di un viaggio nell’allucinazione del reale

Leggere La città dei vivi di Nicola Lagioia è stata un’esperienza che è andata al di là di ogni aspettativa. Documentarsi su un caso tragico e simbolico, al tempo stesso, come quello dell’omicidio Varani è stata per me molto più di una lettura.

La stessa attenzione divorante che si era impadronita dell’autore, che non aveva saputo più lasciarsi alle spalle questo caso di cronaca, ha attanagliato me. Mi sono perso tra le righe di un romanzo che è un reportage coinvolgente in modo – permettetemi il termine ardito – fantastico di quello che è accaduto. Fantastico perché leggere con attenzione questo libro ti porta in uno stato di allucinazione in cui ti senti parte di una storia assurda e atroce, e ti senti dentro una città piena di ambivalenze e di oscurità nascoste dalla bellezza (Roma).

Non ho problemi a dire che La città dei vivi è il libro sul true crime più bello che abbia mai letto. Le pagine dell’autore non sono frutto di impegno o mera esecuzione di un progetto letterario.

La città dei vivi è la vita di Nicola Lagioia e di come la sua vita si è incrociata con uno dei casi di cronaca più tremendi e ingiustificabili della storia italiana.

Il caso al centro del romanzo porta sulla scena due personaggi, gli assassini, estremamente complicati e controversi. Due ritratti negativi del “figlio di papà”, due individui assaliti dal nulla esistenziale e da desideri inconfessabili  con i quali non hanno strumenti per venire a patti. Aiutati da varie opportunità, dalla loro classe sociale, e – nel caso di uno dei due – da una grande capacità di manipolazione, hanno potuto trasformarsi in Dio per un giorno della loro vita e sperimentare cosa significa poter dare la morte a una persona.

È una storia che ci parla di Roma, ma ci parla anche dei nostri tempi. Una storia tragica che forse si sarebbe potuta evitare se tante persone non avessero preferito guardare altrove.

La vicenda dell’omicidio Varani è un susseguirsi di episodi in cui i personaggi che hanno ruotato attorno ai protagonisti hanno preferito distaccarsi, non approfondire per non essere associati all’omosessualità o a comportamenti omosessuali. La stessa paura della famiglia di uno dei due assassini che questo delitto portasse a identificare l’omicida come gay mette i brividi.

Più delle sevizie è l’omosessualità lo stigma, più dell’omicidio è l’omosessualità il problema, più che la droga è l’omosessualità il vizio.

Un delitto frutto di tanta noia, tanto benessere, tanto nulla e di tanta ignoranza. Un delitto che avrebbe dovuto dare una svegliata a un paese intero che, invece, rimane tremendamente indietro in merito al riconoscimento degli orientamenti sessuali e delle identità di genere statisticamente meno diffuse.

Consiglio questo romanzo a chiunque. È un viaggio letterario nell’allucinazione della realtà.

Vi lascio di seguito le frasi che mi hanno colpito maggiormente:

“Assolvere è comunque giudicare.”

“Le tragedie, pezzi unici e perfetti, sembrano intagliate ogni volta dalle mani di un dio.”

“Fanno gli splendidi in gay street ma poi a Natale vanno a trovare i genitori al paesello e gli raccontano di essersi fatti la fidanzata a Roma.”

“Il dolore, a volte, è solo il pretesto per dare sfogo alla propria personale imbecillità, o al narcisismo più sfrenato.”

“Non c’è niente di più stupido che comportarsi in modo diverso da ciò che si è.”

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