“A volte gli amici sono meglio della famiglia perché puoi dire tutto. Nessuno si arrabbia. È un tipo diverso di amore.”
Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh
Secondo incontro con Moshfegh: qual è stato il risultato? Più o meno lo stesso. Continuo a non pensare che Ottessa Moshfegh sia un genio della letteratura.
Ma andiamo per gradi. Il mio anno di riposo e oblio ci parla di una giovane newyorkese, privilegiata e annoiata, che non ha stimoli e obiettivi nella vita, né relazioni significative. La sua vita semplicemente ha smesso di avere un significato. Non ha bisogno di sforzarsi per sopravvivere e non ha sogni da realizzare.
Il nulla della sua esistenza, mescolato a una noia irrefrenabile e che contamina ogni momento della sua esistenza e ogni pensiero cosciente, la porta a decidere di prendersi un anno di riposo totale. Desidera dormire e dormire, sempre di più, ridurre al minimo i momenti di coscienza. E i momenti coscienti sono un’alternanza di rewatch di film in VHS, incontri con la “migliore amica” Reva e sedute da una psichiatra che sfrutta soltanto al fine di ottenere prescrizioni mediche per avere le pillole da cui è dipendente.
Il finale sembra far decollare la storia, con l’ibernazione narcotica della protagonista che può divenire vera e propria opera d’arte, nelle mani di un artista underground.
Tuttavia, il finale, così come gran parte del libro, si mantiene tiepido, senza nessuna svolta scioccante.
Il mio anno di riposo e oblio è un romanzo che pensi che ti lascerà a bocca aperta, ma non lo fa fino in fondo. Moshfegh sguazza nel torbido di una psicologia nichilista, arraffa scampoli di schifo quotidiano dove può ma non osa mai più di tanto. Mi sento, però, di dire che si tratta di un’opera magistrale dal punto di vista dell’analisi psicologica del personaggio-protagonista.
Ringrazio una mia cara amica per avermelo regalato perché era da tempo che volevo recuperare anche questo romanzo dell’autrice.

