“Mio padre diceva sempre: non c’è niente di così brutto che confrontato con qualcosa di peggio non sembri un po’ meglio”.
Cancellazione di Percival Everett è stata la mia ultima lettura per il club del libro organizzato dalla Feltrinelli della mia città.
Si tratta di un romanzo molto particolare, perché affronta due tematiche che avevo già riscontrato in uno dei miei libri preferiti del 2024, ovvero Yellowface. Le tematiche in questione sono: il mondo editoriale e la questione razziale. Due argomenti che, evidentemente, sono collegati e sono oggetto di profonda riflessione negli Stati Uniti.
Prima di recensire il libro, mi sento di dire che c’è un “problema” fortemente avvertito dagli autori che operano sul mercato statunitense. Si percepisce un rapporto fra editori (e pubblico) e questione razziale assai controverso. Si sente l’esigenza di autori, appartenenti a minoranze, che parlino della loro “gente”. Un bisogno, però, becero e commerciale, che poco ha a che vedere con la realtà dei fatti, con il sentire degli autori e con la rilevanza che la questione razziale ha avuto nella vita degli autori.
Il libro ci parla di Thelonius Monk (“Monksie”), uno scrittore che fa il “botto” con un romanzo scritto con intento parodico, per prendere in giro gli autori afroamericani che scrivono storie di “gente nera” in modo superficiale, con un linguaggio stereotipato. È una denuncia al mondo dell’editoria ma anche un percorso di vita, in cui Monk cerca di capire la cosa giusta da fare e fronteggia problemi familiari e personali.
Si legge in fretta. È scorrevole e intelligente. Però, manca della profondità che ho trovato in Yellowface. Consiglio, però, la lettura a chi sia interessato alle tematiche sviscerate nell’opera.

