“Ci vuole tutta una vita per imparare a morire.”
Un ascolto che non mi sarei aspettato di fare, ma che mi ha riportato ai tempi del liceo è stato il “De brevitate vitae” di Seneca.
Stavo esplorando alcune tematiche, all’interno di un mio scritto, e allora ho deciso di fare partire l’opera di Seneca – si tratta di una lettera a destinata a Pompeo Paolino – e recuperarlo.
“Molti sono morti per aver saputo la causa della loro malattia.”
Risulterò banale, ma credo che abbiamo ancora bisogno della saggezza classica per analizzare il presente.
La lettera del celebre filosofo romano, uno dei maggiori esponenti del movimento stoico, ruota attorno al modo in cui si può vivere la vita, soprattutto in relazione alla morte e al pensiero della morte.
Seneca rende chiaro che il concetto di tempo è relativo. Ribadisce l’importanza di sfruttare nel miglior modo possibile il tempo, e non disperderlo in futili occupazioni o nella preoccupazione.
È complesso “recensire” un’opera del genere. Pertanto, mi limito a un commento. A mio avviso, sia nella parte dedicata ai consigli su come pensare alla vita e alla morte, sia in quella che si lancia in una sfera ultraterrena, successiva alla morte, si evince un’ansia latente. Forse risulterò presuntuoso, ma anche il De brevitate vitae, dal mio punto di vista, non è che un’altra eccellente attestazione dell’atavica paura della morte dell’essere umano. Persino, Seneca ha avuto bisogno di esorcizzarla, scrivendo il modo in cui affrontarne il pensiero, la predisposizione d’animo che dovremmo avere e come relazionarci alla vita, alla luce di quel dato incontrovertibile con cui tutti dobbiamo fare i conti: il tempo che abbiamo è limitato.

