La vegetariana di Han Kang: un romanzo moderno che non coinvolge, ma stimola la mente

“Gli unici momenti in cui il dolore cessa – come per miracolo – sono quelli che seguono uno scoppio di risa.”

Qualche mese fa – parecchi, a dire il vero – ho recuperato in libreria “La vegetariana” di Han Kang“, romanzo che l’ha consacrata come vincitrice del Premio Nobel per la letteratura.

Il romanzo ci racconta di una donna, Yeong-hye, che, a seguito di un sogno, decide di diventare vegana. Questa è la prima bizzarria in una vita estremamente ordinaria. Scopriamo, persino, che il marito l’ha scelta proprio per la sua ordinarietà, perché appare innocua, incapace di creare problemi.

La storia si sviluppa in tre parti. Una prima parte in cui il marito è costretto ad avere a che fare con il cambiamento radicale della moglie, una seconda in cui il cognato manifesta un’attrazione sessuale fortissima per Yeong-hye, nonostante le problematiche psichiche, e una parte finale, in cui la sorella prova in ogni modo a salvare Yeong-hye che ha smesso di alimentarsi volontariamente.

La peculiarità di questo romanzo è che il punto di vista non è mai quello di Yeong-hye, ma rispettivamente quello del marito, del cognato e della sorella. Come loro si rapportano al cambiamento, alle bizzarrie quasi velate di misticismo di una donna che appare fragile e allo stesso tempo irriducibile nelle proprie posizioni.

È un romanzo che non mi ha mai coinvolto in maniera completa, ma che mi ha certamente stimolato a livello intellettuale.

Due sono gli spunti di riflessione – molto attuali e degni di interesse – che ci offre La vegetariana:

  • La contrapposizione fra vivere secondo le regole della società e vivere secondo le proprie regole. Possiamo davvero dire che assecondare le convenzioni sociali e una razionalità ossessiva sia una scelta migliore di vivere secondo il proprio istinto e i propri desideri?
  • In secondo luogo, è estremamente centrale il concetto di “insindacabilità del corpo”. Esiste una sfera in cui nessuno può entrare. Quando è giusto forzare qualcuno a nutrirsi? Quando è corretto forzare una persona (apparentemente capace di prendere una decisione) a continuare a vivere?

Kang riesce a parlarci di autodeterminazione e di società, con un romanzo disorientante, in cui l’unico personaggio a essere certo delle proprie mosse è il personaggio considerato fragile e malato mentalmente.

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