Questo mese mi sono finalmente dedicato alla lettura di “Lo squalo” di Peter Benchley nella sua edizione anniversario (ci riferiamo al cinquantesimo anniversario dall’uscita del film di Spielberg che rese la storia iconica).
Da appassionato di film dedicati al super predatore marino, non potevo esimermi dal leggere questo romanzo, per di più in questa veste grafica che ha omaggiato la pellicola cult e la sua illustrazione leggendaria, capace di riassumere così magnificamente tutte le paure umane su cui tanto Benchley che Spielberg hanno giocato per ottenere successo.
Ci sono evidenti differenze fra il romanzo e il film. Il film è essenzialmente una lotta fra umano e bestiale, una lotta ancestrale da cui, alla fine, se ne esce vittoriosi: si consacra eroe l’uomo. Il romanzo di Benchley è un’opera più frammentata, sfaccettata e, alla fine, meno efficace. Non che sia un brutto libro, ma penso davvero che la versione di Spielberg ne sia una versione riveduta e corretta. In particolar modo, il finale mi fa propendere per la trasposizione a discapito dell’originale. Ritengo, infatti, che il finale del romanzo lasci un po’ l’amaro in bocca. Evoca sì, l’irriducibilità della paura rappresentata dalla bestia, senza regalare, però, al lettore un vero epilogo che, date le premesse, era sicuramente atteso.
Nel romanzo, tuttavia, i personaggi sono più complessi e “difettosi”, aspetto che rende accattivante il libro di Benchley. È vincente questo approfondimento psicologico che ci fa capire le difficoltà che ci sono ad adattarsi a una vita senza scossoni, in cui la noia e la mediocrità sono nemici subdoli, meno feroci dello squalo ma altrettanto ardui da sconfiggere.
Forse mi spingo nel mondo delle fantasie, ma mi piacerebbe un remake del film, capace di aggiungere a una trasposizione estremamente soddisfacente, dal punto di vista narrativo e visivo, tutta l’amarezza originale dell’opera di Benchley.

