L’anno che verrà si celebreranno i cent’anni dalla pubblicazione di Uno, nessuno e centomila. Occasione perfetta per recuperarlo.

Il capolavoro di Pirandello è stata, infatti, la lettura che mi ha fatto compagnia negli ultimi giorni.
Penso di questo romanzo che sia stato epocale, non tanto per il valore letterario, ma certamente per quello socio-culturale. È un romanzo altamente psicologico, che coglie lucidamente tutte le regole della nostra società. È un romanzo che ribadisce, fin quasi alla stucchevolezza, che nessuno è libero e onesto. Che noi stessi abbiamo una visione di noi differente da quella che hanno gli altri, e allo stesso tempo possiamo essere molteplici anche di fronte ai nostri stessi occhi. E, alla fine, la maschera, il personaggio che assumiamo è contingente alle regole d’ingaggio, al contesto, alle aspettative che abbiamo davanti.
Pirandello è stato uno “scopritore” di modernità, un avanguardista, le cui parole sono ancora un grimaldello per interpretare i nostri tempi. Uno, nessuno e centomila è, infatti, un romanzo attuale e che sarà sempre attuale.
La consapevolezza che ne traggo, alla fine della lettura, è che non esiste persona più lucida del pazzo, perché il pazzo è l’unico che non si preoccupa di interpretare e allora può essere onesto, può essere sincero con sé stesso e con gli altri. Contestualmente, Pirandello ci fa capire che non c’è niente di meno comprensibile e più spaventoso per gli altri dell’onestà.
La storia ruota attorno alla vita di Vitangelo Moscarda che, a un certo punto, comprende tutti i meccanismi di finzione che regolano la sua vita e quella degli altri e, quasi per gioco, inizia a smascherare le ipocrisie e a disattendere le aspettative, per dimostrare che sì, davvero esistiamo in una, nessuna e centomila forme.
