Sentivo la necessità di scrivere anche io su questo tema. Quale tema? Il tema della violenza sulle donne (e contro le donne), anche se tutte le specificazioni del caso rischiano di essere limitative per definire una battaglia che è ancora spiacevolmente attuale e urgente.
L’omicidio di Giulia ha creato clamore, ha dato risalto al tema dei femminicidi, in un periodo in cui quasi non facevano più notizia. La verità è che un principio assai noto al giornalismo è l’assuefazione. Tendiamo ad abituarci alle disgrazie e agli orrori. Pensateci: siamo già indenni allo choc causato dalla guerra in Ucraina o alle morti di Gaza. Allo stesso modo, abbiamo smesso di dare peso al fenomeno del femminicidio (ma della violenza di genere, in generale).
Giulia, però, ha risvegliato l’attenzione sul problema. Sarà l’estrema normalità apparente del suo assassino, la giovane età della vittima, la speranza che non fosse finita davvero male, ma Giulia ha dato un nome e un’eco mediatica a questa tematica.
Mi sono accorto anche io, nel marasma della mia vita, che la lotta di genere è una lotta che dovrebbe essere alimentata, dovrebbe ottenere importanza ogni giorno.
La battaglia deve essere portata avanti perché la nostra società ha dimenticato l’empatia, ha lasciato a casa la comprensione e si è adagiata su uno status quo che non può diventare punto di equilibrio.
In queste settimane se ne sono lette di ogni. Dai grandi classici del “l’ha uccisa per troppo amore”, però, siamo passati a reazioni più gravi. Alcuni uomini, pur di scansarsi da dosso qualsivoglia stigma sociale, hanno fatto diventare un problema reale (ci sono dei dati che lo dimostrano), come la violenza a danno delle donne, una battaglia di principio. Si è battuto molto sul principio per cui “un centinaio di uomini che uccidono la propria donna” non può legittimare una critica di genere. In buona sostanza NON si può criticare la categoria maschile perché un suo rappresentante è un violento. Astrattamente è corretto. Sono il primo che odia le generalizzazioni, ma ignorare che la violenza sia una tendenza culturale (o, quanto meno, è una conseguenza di una certa cultura) in Italia, che continua a tramandarsi nelle nuove generazioni è un’ipocrisia. Rendere un problema reale (una tragedia, una strage, per usare termini più corretti) una battaglia di principio e teorica è un’aberrazione che viene fomentata anche da alcune donne che hanno paura di cosa potrebbe comportare andare a combattere alcune idee nella nostra cultura. Chissà perché abbiamo il terrore che qualcuno venga a dirci che tutti gli esseri umani meritino pari rispetto.
Le persone, però, muoiono e io penso che sia questo il focus del discorso. La reazione dovrebbe essere lottare, domandarci cosa possiamo fare, in cosa possiamo migliorare, cosa – come uomini – dobbiamo imparare per evitare che ci sia ancora a lungo questa cultura del possesso e questa violenza generalizzata.
Da uomo mi sento un privilegiato. Posso camminare anche a notte fonda, senza avere grossi timori. Da uomo non posso comprendere cosa significhi essere considerato “più debole, più indifeso” per la mia costituzione fisica. Da uomo, però, mi sento inferiore quando vedo che altri uomini, privilegiati come e più di me, preferiscano lottare per difendere la loro reputazione (come se il voler mettere in discussione una tendenza comportamentale possa intaccare la dignità del singolo, poi) piuttosto che battersi perché non ci siano più morti.
Lo ribadisco. Questa non è una battaglia di principio e noi uomini dovremmo capirlo e fare il possibile per essere parte della soluzione.

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