CENA DI NATALE: L’AMORE IN UNA COMMEDIA CARICATURALE

Approfitto della recensione di “Cena di Natale” per fare gli auguri a chi non avrà di meglio da fare che fare un salto, in questi giorni di festa, sul mio blog.

Voglio iniziare con una semplice premessa per parlare della commedia di Marco Ponti (che segue ad “Io che amo solo te”): spero con tutto il cuore che sia il regista che l’autore del libro da cui è stato tratto il film (Luca Bianchini ndr.) non volessero effettivamente mettere in scena uno spaccato della realtà.

Se il loro obiettivo era quello di fornire al pubblico il ritratto di alcune comuni persone del sud Italia non penso proprio che siano riusciti nell’intento. Parliamoci chiaro: non ho odiato, ma nemmeno amato il film.

Odio quando si spinge troppo sulla caratterizzazione delle bizzarrie e dei lati comici dei personaggi fino a farli diventare nient’altro che delle macchiette. E non si può non evidenziare che nella pellicola i protagonisti e chi stava intorno a loro non facevano altro che ricadere in stereotipi (peraltro spesso accentuati). Si andava dal figlio di papà incapace di assumersi responsabilità e con un’attitudine da fedifrago seriale alla zia emigrata al nord che rinnega le origini da terrona. E poi ancora la figura della moglie del marito ricco, che gioisce solo per i beni materiali e quasi non dà peso all’amore che manca e alle ambiguità del marito innamorato di un’altra.

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E tutte queste macchiette venivano condite da una serie di intrecci in cui il filo conduttore era rappresentato dai rapporti sessuali. La riccona che tradiva il marito con il fratello della consuocera, il marito della riccona innamorato follemente della consuocera, il protagonista che non riusciva a tenerselo nelle mutande, il fratello gay del protagonista che aiutava l’amica lesbica a concepire (senza ricorrere a nessun aiuto della scienza, ma affidandosi alla vecchia e tradizionale maniera per sfornare bambini).

Sesso dovunque; un sesso che, però, non porta conseguenze. Né le amicizie, né i rapporti matrimoniali ne vengono intaccati. Come se al sud fossimo capaci di lasciarci scivolare i tradimenti, senza neanche dire “pio”. E a tal riguardo ho apprezzato davvero poco l’insistenza con cui si è relegata Chiara (interpretata da Laura Chiatti) nel ruolo dell’insipida moglie cornuta ed incinta, che – per amor della pace – accetta tutto e si dice ancora (e sempre) innamorata del suo Damiano (Riccardo Scamarcio).

Paradossalmente la relazione personale più realistica e “convenzionale” portata sullo schermo è quella che lega Orlando e Dario. Il fratello gay di Damiano (interpretato da Eugenio Franceschini), dopo una serie di travagli emotivi, viene corteggiato da uno sfrontato, ma dolce, commesso di un negozio di scarpe (interpretato da Dario Aita). E rivediamo nei loro contatti, nei loro momenti e nei loro sguardi quei canoni di romanticismo capaci di coinvolgerci.

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Ci coinvolge anche la storia mai sbocciata tra Ninella e Don Mimì (rispettivamente portati sulla scena da Maria Pia Calzone e Michele Placido), che, a dispetto del mondo attorno, sanno di amarsi ma alla fine si accorgono delle responsabilità che gravano su di loro e sul loro destino. Un amore di lunga data, che non ha mai avuto un lieto fine, e che viene frustrato dall’amara consapevolezza che probabilmente non ci sarà mai per loro un momento per essere felici insieme.

In conclusione ci tengo a precisare che, malgrado la critica agli stereotipi, alla mancanza di realismo, e agli aspetti più controversi della realtà narrata, ho trovato il film comunque piacevole. Non un capolavoro, ma comunque una produzione in grado di farmi passare serenamente e spensieratamente due orette sulla poltrona del cinema, senza cadere nella banalità o nella volgarità tipica di altre commedie natalizie.

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