Recensione de “Il Fattore Scarpetta” di Patricia Cornwell (2009)

Mi ritrovavo sugli scaffali un libro della famosa scrittrice statunitense Patricia Cornwell, che con il suo personaggio, Kay Scarpetta, ha ideato e costruito un vero e proprio impero di romanzi gialli. La sua penna prolifica ha attraversato i confini del mare e conquistato appassionati in tutto il mondo e, tempo addietro, mi ero deciso di provare la sua scrittura e cimentarmi nella lettura dei suoi romanzi. Dopo aver letto “Il Libro dei Morti”, avevo acquistato anche “Il Fattore Scarpetta”, senza seguire con più di tanta devozione il filo della narrazione e l’ordine cronologico delle sue opere, ma venendo trascinato dalle copertine e dalle sensazioni di una versione di me stesso molto meno smaliziata nelle letture. Alla fine non ero riuscito a leggere questo secondo volume acquistato, seppur provando più volte e arrestandomi sempre alle prime pagine.

Non avendo per le mani una lettura in questi ultimi giorni, ho deciso di fare un ulteriore tentativo e questa volta è stata la volta buona; ma della lettura non sono rimasto affatto soddisfatto.

La Cornwell è famosa per i suoi best seller, eppure sul web ho notato un malcontento generale da parte dei fan della Cornwell e della sua saga letteraria, fortemente delusi da quella che è stata la sua evoluzione come scrittrice e dalla seconda fase della sua attività letteraria.

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E credo che il mio giudizio negativo sia influenzato da molti degli aspetti abilmente evidenziati dai suoi lettori più appassionati, categoria a cui non posso certo dire di appartenere.

Il libro in questione, chiaramente un giallo, parla dell’omicidio di una maratoneta, che, in qualche modo, viene collegato alla sparizione di una famosa imprenditrice finanziaria, distrutta dalla crisi economica. Questa storia viene affrontata, però, con un approccio arrogante da parte dell’autrice, la quale, piuttosto che lavorare per incrementare la suspense e portare il lettore a sviluppare teorie sul mistero da risolvere, rimpinza il lettore di una serie innumerevole di dati tecnici. Dati tecnici su qualsiasi cosa: sui computer, sulla cucina, sul pelo degli animali, sulle automobili, sulla finanza. Ogni argomento trattato viene affrontato con una dovizia di particolari tale da far venire a noia l’intera lettura. È come se la Cornwell, forse consapevole della debolezza della storia, cercasse di distrarre il lettore, propinandogli con un tono da maestrina ogni genere di informazione.

Ho letto da qualche parte che non si deve mai esagerare né con le descrizioni né con le informazioni, perché ciò che porta il lettore a leggere è, per l’appunto, l’interesse per la storia. Una storia che apparentemente si ingarbuglia e che poi viene risolta nella miseria di una decina di pagine, in cui tutti i nodi vengono al pettine, senza nessun colpo di genio dell’investigatrice, ma semplicemente grazie ai computer che ricollegano una serie di dati.

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A quel punto non poteva nemmeno mancare un finale nel quale il cattivo di turno, per la verità un individuo ridicolo e goffo, prova malamente a vendicarsi della protagonista e del marito, ma viene ucciso con una facilità impressionante dagli “eroi” della storia, che sventano con prontezza i pani malvagi di un antagonista che oserei definire caricaturale. 

Come se questo non bastasse, credo che il problema più grande dell’opera della Cornwell siano i personaggi. I personaggi incredibilmente monodimensionali che porta sulla scena, confermando una spiacevole sensazione che ho percepito in alcune mie letture firmate da autrici donne. Per carità non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ho apprezzato tantissime scrittrici oltre ogni modo, ma c’è una categoria di scrittrici che tende ad omologarsi e a produrre uno stereotipo di donna che non crea alcun interesse nei lettori. Una donna intelligente, ricca, buona, amorevole. Tutto va bene a queste donne, che vivono sano, mangiano bene e hanno mariti in forma, che cercano l’amore e sono sempre pronte a perdonare. Che sono donne candide, ma al tempo stesso “scafate” dalla vita. E Kay nel suo essere santa (non vedo come altro definire il personaggio della Cornwell) in questo libro risulta una protagonista stucchevole, alla quale si affiancano Benton, tipico marito burbero e coraggioso disperatamente innamorato della moglie, Marino, chiaramente innamorato della protagonista e pronto a tutto per lei, Lucy, lesbica forte e decisa e via dicendo…

Per citare l’imitazione di Virginia Raffaele della Murgia, vorrei dire che, a giudicare dalla caratterizzazione dei personaggi della Cornwell ne “Il Fattore Scarpetta”, non rimaneva altro che dire che i neri hanno il ritmo nel sangue; “luoghi comuni ne abbiamo?”

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