Complicato non significa bello!

Oggi lascio libero sfogo alla mia vena polemica. La mia comparsata sulle pagine del blog, infatti, oggi dipende dalla sentita esigenza di esprimere un’opinione su quella che sta diventando una vera e propria moda nel giudicare le opere cinematografiche e, soprattutto, televisive.

Come si intuisce, sono (e sono da sempre) un appassionato di serie TV. Un nerd, nella mia maniera particolare e non troppo vistosa. Passo le mie giornate quasi sempre in solitudine, almeno per la quasi totalità delle ore diurne, pertanto, quando a farmi compagnia non sono i libri di diritto, spesso è la televisione. E ho sempre vissuto in un determinato modo il mio rapporto con le serie televisive, che sono state sottofondo, compagnia, momento di sfogo e momento di riflessione.

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Ultimamente, però, il panorama sta cambiando e le serie TV che fanno da “compagnia” alle giornate, magari piene, di uno spettatore medio vengono quasi ghettizzate, sulla base del principio “complicato è bello”.

Gli elogi a favore delle serie tv, dal sapore cinematografico, in cui la complessità la fa da padrone, ormai si sprecano. Sembra che sia un prodotto che merita solo quel prodotto che è difficile da comprendere, che impone allo spettatore di staccarsi completamente dal mondo (per almeno un’ora), stando attento ad ogni micro-fotogramma. E, secondo molti siti, appare questo l’unico tipo di intrattenimento di qualità che si dovrebbe essere grati di ricevere.

La ragione per cui dico questo si basa su una piccola esperienza da telespettatore nerd di serie tv. Qualche giorno fa, vedendo la quarta puntata di WestWorld, mi sono ritrovato a intrattenere, nel mentre, una conversazione al cellulare e ho dovuto, quasi istantaneamente, sospendere la visione. Non riuscivo a comprendere nemmeno l’1% di ciò che vedevo. Avendo poi ripreso la visione in un momento di totale concentrazione, però, mi sono accorto che, anche così, fino all’ultimo non potevo essere in grado di comprendere cosa stava succedendo, dovendo attendere più di un’ora perché l’episodio svelasse il suo significato.

Francamente sono sempre stato un sostenitore della “chiarezza” narrativa, convinto, come sono, che grandi storie possono essere sviluppate senza il bisogno di intrecciare dieci filoni narrativi, creare confusione attorno a quello che è il tempo della storia, e disorientare necessariamente lo spettatore. Ciò non toglie che anche questa complessità narrativa e registica possa, in vero, essere un aspetto che rende peculiare e intrigante uno show televisivo, ma, da quanto ho letto in giro per il web, circola l’opinione di una ritenuta superiorità di questi show o episodi che disorientano lo spettatore e complicano l’interpretazione.

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A mio modo di vedere non c’è un intrattenimento superiore a un altro, e, se si narra una storia in modo coerente ed emozionante, comunque si è raggiunto l’obiettivo di creare un prodotto di qualità, a prescindere dalle modalità con cui esso viene realizzato.

E poi spezziamola una lancia a favore degli spettatori… Non tutti hanno la possibilità di dedicarsi alla visione di serie tv in un momento in cui non hanno altri pensieri, altre cose da fare, o non sono, magari, stanchi per la giornata vissuta, quindi complicare troppo le cose non può essere sempre un bene. Specialmente perché le aspettative e il modo di approcciarci all’intrattenimento televisivo sono sempre stati differenti rispetto all’attitudine manifestata per un’opera cinematografica, che, di solito, viene fruita in momenti di maggiore concentrazione.

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