Recensione della seconda stagione di The Handmaid’s Tale: un finale meraviglioso per una stagione fin troppo lenta

Qualcuno sicuramente storcerà il naso leggendo il titolo. E anche nella più famosa app di gestione e commento delle serie TV mi sono già impelagato in discorsi poco piacevoli relativamente alla serie Hulu, di cui mi accingo a parlare. Handmaid’s Tale, serie tratta dal romanzo distopico di Margaret Atwood e giunta quest’anno alla sua seconda stagione, è un programma che ha impressionato tutti (e ha da poco ricevuto la notizia di ben venti nominations per gli Emmys), ma che a me, almeno in questa seconda annata, non ha convinto fino in fondo.

Chiariamoci. The Handmaid’s Tale è una serie ben fatta, con una fotografia spettacolare, che vive di emozioni fortissime e riesce a combinare una ricercatezza comunicativa (tanti degli episodi e delle situazioni proposte nell’universo della serie sono metafore e denunce rivolte alla società contemporanea) a una narrazione di impatto, capace di colpire lo spettatore al cuore e alla pancia. Ma, almeno, in questa seconda stagione (o quanto meno sicuramente nelle puntate centrali), la serie mi è risultata quasi “un peso”. Intendiamoci, sono felicissimo di aver ultimato la visione, perché gli ultimi episodi sono stati coinvolgenti ed emozionanti fino all’inverosimile, ma il resto della stagione mi è apparso molto lontano da ciò che desidero dall’intrattenimento televisivo.

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Se la lentezza era coerente con l’obiettivo di delineare l’universo della serie e introdurre i personaggi nella prima stagione, il fatto che questa seconda stagione abbia visto uno scorrere degli eventi troppo rallentato, almeno per larghi tratti, mi ha convinto poco. Ho trovato alcune puntate davvero stucchevoli, con minuti e minuti di girato e pochissimi accadimenti degni di nota. Una narrazione che io definirei quasi immobile; buona certo a costruire con raziocinio e coerenza i susseguenti sviluppi, ma per nulla accattivante.

E, tuttavia, nonostante sia un sostenitore degli show con maggior dinamismo (che non significa necessariamente che amo guardare show a tema supereroi, visto che è una delle contestazioni che mi è stata rivolta), ho trovato il finale della serie incredibile. Incredibile al punto da non vedere l’ora di scoprire cosa succederà.

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Nel trattare di questa seconda stagione, che, comunque, ritengo una serie ben ideata e ben realizzata, non posso non menzionare, infine, il contributo che hanno dato alla buona riuscita dello show le performance delle tre donne della serie, Elisabeth Moss (June), Yvonne Strahovski (Serena) ed Emily (Alexis Bledel). Specialmente l’evoluzione del personaggio di Serena è stato il nucleo fondamentale – e il più interessante – di un finale di stagione adrenalinico, emozionante e assolutamente coinvolgente, che ha fatto da giusta chiusura a una stagione che, forse, non ha raggiunto gli stessi livelli della prima.

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