Recensione Sesta Stagione di Orange is the New Black: quando tutto sembra perso, ecco che le cose peggiorano

Ho finalmente ultimato la mia maratona della sesta stagione della serie Netflix creata da Jenji Kohan. Quella che inizialmente doveva essere la stagione finale e che invece verrà annoverata– probabilmente? – come semplicemente la penultima prima del definitivo canto del cigno dello show.

Partiamo con una premessa d’obbligo. Avevo criticato la precedente stagione, la quinta, perché troppo poco dinamica, con puntate che stentavano a portare avanti le storie delle detenute, dato l’intento degli showrunners di descrivere in un’intera stagione, di circa 13 ore, un lasso di tempo di pochissimi giorni. Alla luce delle mie critiche, ritengo opportuno esordire, affermando di aver trovato più piacevole questa sesta stagione, anche se non la trovo priva di difetti.

I punti di forza di questa ultima stagione, però, sono numerosi e non si può non enumerarli in un post dedicato a quella che è una delle serie Netflix più amate.

Innanzi tutto bisogna dire che si è finalmente cercato di portare sulla scena molti filoni narrativi diversi, slegati tra loro, in diversi contesti. Obiettivo che è stato portato avanti in maniera ottimale dalla regia, che ha spaziato bene tra le varie storyline e i vari protagonisti.

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Un altro punto di forza è certamente il finale. Orange is the New Black 6 chiude, infatti, con un episodio sorprendente ed emozionante, che porta lo spettatore alla commozione. Commozione che è, peraltro, difficile da giustificare, dal momento che troppe storie rimangono in sospeso. Ma il fatto che, almeno per una volta, le cose non si sviluppino tragicamente (ad eccezione di quanto riguarda Taystee) porta il pubblico a tirare un sospiro di sollievo, dopo aver immaginato il peggio.

Abbiamo accennato a Taystee, e da qui voglio prendere spunto per dire come la storia di Taystee e di come venga incastrata è quell’elemento di denuncia che in Orange is the New Black non è mai mancato. La condanna ingiusta è solo l’ennesimo sopruso che le detenute protagoniste della serie subiscono, continuando a esacerbare quel sentimento di ingiustizia che prova chiunque di fronte ai messaggi che la serie Netflix rivolge in merito al sistema giudiziario e carcerario statunitense.

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Parlando di difetti, invece, ritengo che non si possa non sottovalutare come, in fin dei conti, l’approfondimento su molte protagoniste sia stato più superficiale che in passato. Persino Alex è stato quasi un personaggio marginale.

Ma soprattutto mi sento di criticare la descrizione e lo sviluppo di quella che era la faida fra Barb e Carol che, almeno sulla carta, doveva essere il perno per creare la trama principale della stagione. Giudico infatti non all’altezza la caratterizzazione dei nuovi personaggi e la costruzione della loro storia, specialmente considerando che, in passato, la serie era riuscita a creare personaggi molto più attrattivi con molti meno sforzi, in termini di tempo “on-screen”.

Chiuderei il post, invitando fan e non fan, comunque, a dare una chance ad Orange is the New Black, che continuo a considerare una serie unica, per argomenti e atmosfere, nel panorama televisivo, oltreché un’occasione di crescita personale per le tematiche trattate e i messaggi lanciati dal team creativo che sta dietro la serie.

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