La sesta stagione di House of Cards: Okay, ma perché?

In precedenza ho recensito e criticato positivamente questa serie, ideata da Beau Willimon e lanciata su Netflix nel 2013, ma oggi credo che il tono sarà del tutto differente.

Partiamo col fare alcune necessarie premesse, dal momento che, prima di addentrarsi sulla sesta e conclusiva stagione, bisogna dare uno sguardo a due enormi elefanti nella cristalleria che non possono essere ignorati.

HOUSEEE

Il primo, ovviamente, inerisce all’assenza di Kevin Spacey, ormai un vero e proprio paria nel mondo dello spettacolo, a seguito degli scandali sessuali che lo hanno coinvolto. Ciò che vorrei dire in proposito è che chiaramente risulta ingiusto promuovere un prodotto e cercare di accattivare il pubblico con un personaggio tanto dubbio, ma ritengo che, prima o poi, come è successo a tanti altri, anche Spacey troverà il modo di “riabilitarsi” e di portare avanti nuovi progetti, pertanto non avrei criticato – ma capisco che forse è un’opinione solitaria – la sua partecipazione, anche limitata, in un progetto che non era certamente nuovo e che lo aveva visto protagonista quando la sua immagine non era compromessa. Insomma, forse per il bene dell’ “arte” avrei anche accettato Spacey almeno in un episodio di questa ultima stagione.

La seconda premessa, invece, riguarda proprio la decisione di produrre un’ultima stagione per dare un finale (che poi non c’è stato) alla serie. Infatti, a mio modo di vedere, dopo la bufera su Spacey e i primi segni di cedimento della trama, ormai troppo complessa e ingarbugliata, ritengo che non sarebbe stata una scelta assurda quella di terminare la produzione e non andare avanti.

HOUSE

Invece abbiamo avuto questa sesta stagione, di appena otto episodi, in cui la protagonista è stata Claire Underwood (Robin Wright), che sì, aveva rubato meravigliosamente la scena in tante occasioni, ma che, comunque, è apparsa un personaggio, a volte, troppo estremizzato e chiaro nel suo essere malvagità fine a se stessa. Ecco, sì, questo è uno dei principali problemi di questa stagione di House of Cards. Claire desidera il potere e ha rinunciato a una vita normale e felice per arrivare al potere (si ricordi che ha descritto Francis come “il mezzo per un fine”, il che la dice lunga sull’amore che li legava e sulle ragioni della loro unione sentimentale). Ma perché?

Mancano i perché.

L’unico motivo per cui potevamo interessarci a questa stagione era comprendere il perché delle azioni degli Underwood. Invece, alla fine dei conti, Claire si è rivelata un personaggio monodimensionale, crudele e manipolativo, desideroso di mantenere il potere e nulla di più. E, malgrado i tentativi di approfondirne il background, non si è compreso se il desiderio di potere fosse una vendetta verso Francis, un senso di rivalsa verso l’infelicità che aveva sperimentato, un desiderio di affermazione che era nato sin da bambina.

Anzi, paradossalmente, questa figura così palesemente crudele – disposta a uccidere chiunque per non finire invischiata negli scandali che incombevano su di lei a causa dei giochi di potere creati da Francis per giungere alla presidenza – viene caratterizzata quasi fosse una serial killer (e, in definitiva, Claire è la mandante, nonché la responsabile, di molti omicidi).

Di lei viene descritto un passato travagliato, un’infanzia infelice e un rapporto controverso coi genitori – insomma, una serie di fattori determinati sul profilo psicologico di una persona -, che portano Claire a diventare una killer con un potere immenso dato dal ruolo che ha ottenuto.

HOUSEG

Questa, però, è semplicemente una ricostruzione e non è sufficiente comunque a portarmi a dire che si sia fatto un lavoro impeccabile con la creazione di Claire Underwood come personaggio centrale in questa ultima stagione.

Infine, vorrei parlare di altri due elementi che non mi hanno convinto in questa stagione, cercando, però, di essere maggiormente sintetico.

Mi riferisco essenzialmente alla gestione delle storyline della serie, che rimbalza da un tema e da un intrigo a un altro, con grande velocità, senza dare il tempo o riferimenti necessari allo spettatore per comprendere ogni passaggio e ogni movente di tutte le azioni che vengono messe in scena.

Il terzo e ultimo elemento, invece, che non mi ha convinto in questa stagione, che, come si intuirà, non ha riscontrato il mio gusto e la mia accoglienza entusiastica, è la scelta di non mostrarci il destino di Claire. Non sappiamo se verrà incriminata, se darà vita a una guerra, se resterà presidente. Non sappiamo niente.

In definitiva, mi sento solo di dire che si è insistito a produrre un finale che non è un finale e ha lasciato sostanzialmente tutti i fan scontenti.

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