IL NOME DELLA ROSA: ESPERIMENTO TELEVISIVO (QUASI) RIUSCITO

Finalmente trovo il tempo di raccogliere le idee e di intervenire con un post conclusivo su “Il Nome della Rosa”, miniserie italo-tedesca di cui avevo parlato in precedenza.

Il prodotto creato da Giacomo Battiato, alle prese con l’impresa – per me titanica – di rendere il capolavoro di Umberto Eco una serie televisiva, è stato un prodotto sicuramente di qualità, ma che ha emozionato poco e si è andato a concludere senza guizzi degni di particolare menzione.

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Magari qualcuno sarà in disaccordo, ma ho trovato la miniserie, nel suo complesso, molto lontana dall’essere eccezionale, come ci saremmo aspettati, dopo gli episodi iniziali.

È emersa con evidente chiarezza la difficoltà di rendere un libro in cui la storia, in definitiva, non è così dinamica e piena d’azione in una trasposizione che si componeva di ben otto puntate. Come già molti hanno detto, il libro di Eco, medievalista brillante e rigoroso, è un libro che si fa apprezzare, sì, per la storia, ma anche e soprattutto per le argomentazioni e le tematiche trattate. La disquisizione sulla natura della fede e, poi, di rimando, sulla natura umana sono capisaldi di un romanzo in cui le riflessioni, la descrizione e le informazioni sono addirittura prevalenti rispetto alla trama.

Sicuramente, infatti, si tratta di un romanzo complesso da trasporre e il tentativo di Battiato, per Rai Fiction, è senza ombra di dubbio da apprezzare. Ma credo che, se, da una parte, rendere l’universo de “Il Nome della Rosa” non era fattibile in un film di un’ora e mezza, era parimenti complicato farlo con ben otto puntate da 45/50 minuti a disposizione.

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Alla fine, per riuscire a “riempire” il minutaggio a disposizione, si è introdotta una storyline secondaria, relativa alla figlia di Dolcino (non presente nel romanzo). E, nonostante questo, per come la vedo io, il quinto e il sesto episodio della miniserie erano del tutto trascurabili.

Il meglio si è visto con le ultime puntate, con il processo a Remigio (Fabrizio Bentivoglio), che ha fatto uscire fuori i più importanti messaggi che Eco voleva trasmettere con il libro, e con la puntata finale che ha visto il disvelamento del mistero e la riflessione sulla poetica di Aristotele e i rischi per la fede cristiana.

Concludo questa disamina, sottolineando come abbia apprezzato la recitazione di tanti degli attori che hanno partecipare. E, su tutti, mi sento di fare i nomi di Roberto Herlitzka (nei panni di Alinardo) e di James Cosmo, davvero inquietante nei panni di Jorge da Burgos.

9 pensieri riguardo “IL NOME DELLA ROSA: ESPERIMENTO TELEVISIVO (QUASI) RIUSCITO

  1. Anche secondo me è stata troppo lunga. 6 episodi potevano bastare.
    Non ho letto il libro e quindi la trama principale dell’indagine mi ha coinvolto e spiazzato sul finale, quindi la promuovo.
    Quello che mi ha annoiato è stato invece tutta la parte della disquisizione filosofica/religiosa ed anche un po’ l’inquisizione. Salvo solamente Rupert Everett che è stato davvero un valido villain.
    In generale tutti gli attori sono stati bravi, perfino la fanciulla dai capelli rossi che invece dal poco che ho visto nella pubblicità della sua prossima apparizione in un’altra fiction Rai trovo ansiogena e troppo artefatta.
    Per quanto riguarda il doppiaggio, riguardo alla nostra precedente discussione, non sono riuscita a comprendere quale fosse la società addetta che nei titoli di coda non compariva subito e poi venivano tagliati quasi subito. Qualcosa di disturbante c’era, forse quella specie di sussurro, non saprei descriverlo.
    Mchan

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  2. Tutto sommato mi è sembrato un buon compromesso tra il libro in sé e alcune necessità televisive. Per esempio nel romanzo le donne sono quasi assenti, e hanno voluto aggiungere un personaggio di quel tipo (figlia di Dolcino). Comunque la serie me la sono abbastanza goduta… e devo dire che per merito di questa mi sono finalmente letto il libro (divorato in pochi giorni)

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