Recensione di Beautiful Boy di Felix Van Groeningen

Beautiful Boy è un film del 2018 di Felix Van Groeningen, presentato per la prima volta al Toronto Film Festival dello stesso anno e distribuito nelle sale statunitensi in Ottobre. In Italia, invece, abbiamo dovuto attendere per il rilascio e, personalmente, ho visto solamente ieri, al cinema, questo film, prodotto da Brad Pitt e basato sul romanzo biografico di David Sheff.

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Si tratta di un film drammatico che narra le vicende di un padre e di un figlio, David e Nic Sheff. Il figlio, interpretato da Timotée Chalamet, è sempre stato un ragazzo sopra la media, dotato, tra l’altro, di talento per la scrittura. Il padre, interpretato, invece, da Steve Carrell, ha sempre amato e apprezzato il proprio figlio, che, però, arrivato alla soglia dei diciotto anni sembra perdersi. La vita di Nic va alla deriva per la passione che lui sviluppa per le droghe, e in particolare per il crystal meth.

David cercherà di essere comprensivo, comprenderà immediatamente che le dipendenze vanno al di là delle decisioni e sono, sostanzialmente, una terribile e quasi incontrollabile malattia. Ma la dipendenza del figlio diverrà talmente grave che, nel giro di pochi anni, Nic rischierà più volte la vita.

La pellicola di cui parlo, devo essere onesto, non mi ha entusiasmato. Se, nel recente passato, ho fatto recensioni che rasentavano la bontà stereotipica della famiglia Mulino Bianco, oggi, penso, che a qualcuno potrei risultare eccessivamente critico.

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Partiamo dal fatto che il film, per la prima ora, ha un ritmo talmente lento da trasmettere un senso di immobilità allo spettatore. Questa lentezza iniziale poteva essere compensata da un’accelerazione nella seconda parte, che, in parte c’è stata, ma non ha comunque compensato la lunghezza e la lentezza eccessiva dell’introduzione alla storia vera e propria.

Il rischio di riportare una storia reale ed adattarla il meno possibile è quello di discostarsi da tutti i buoni canoni di storytelling, dato che la realtà è imprevedibile e certo non segue prescrizioni narrative. L’assenza di un filo conduttore, che accompagnasse a dovere il pubblico, fa sembrare la prima parte del film una giustapposizione di eventi e scene, senza una reale utilità, dato che, solo in alcuni casi, riescono a suscitare emozioni concrete.

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Da apprezzare, però, la performance recitativa dei due attori principali. Soprattutto Chalamet riesce a calibrare il suo talento e la propria mimica, calandosi in un ruolo molto complesso, in cui NON doveva fornire un buon esempio al pubblico. Carrell, dal mio punto di vista, fa il suo, ma non ha quel quid in più che riesce a sopperire alla mancanza di fluidità narrativa della prima ora buona del film.

Il film punta molto sulla colonna sonora e su stacchi di sequenze sempre agevolati da musiche azzeccate per sottolineare la tragicità del momento e le emozioni dei personaggi. Un aspetto sicuramente positivo, se non fosse altro che amplifica la percezione di voler assommare insieme troppi momenti differenti di una vita, evitando di fare una selezione accurata delle sequenze più importanti ai fini dello sviluppo narrativo.

In definitiva, trovo sia un film con alla base una storia con del potenziale, ma che doveva essere adattata meglio per il grande schermo, dato che la sensazione che lascia è quella di una storia incapace di decollare e che lascia un bagaglio culturale ed emozionale inferiore alle attese.

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