L’ansia sociale di essere sempre i primi: la mia confessione da malato d’ansia

Lo avevo già detto in passato: al giorno d’oggi ci sono cose che uno potrebbe dire e cose che non potrebbe mai dire su un blog. Oggi è un altro di quei momenti in cui non riesco a fare il blogger, in cui non riesco a fare l’imprenditore di me stesso, per capirci (non che provandoci, comunque, riesca a fare poi un gran marketing, nemmeno in tempo di pace).

Oggi voglio parlare di quello che mi passa per la testa. Condividere la mia esperienza per liberarmi, ma anche per aiutare qualcuno che queste stesse sensazioni le vive.

Come sa chi segue il blog, sono scomparso (o quasi) nelle ultime tre settimane e l’ho fatto perché si sono accavallati il primo compito alla specializzazione e la preparazione per un concorso pubblico.

Bene, sono tornato ieri da Roma, dopo aver fatto il concorso e vissuto quella che, forse, è stata la giornata più brutta della mia vita. Una giornata che ha sballato tutti i miei (precari) equilibri e che mi ha fatto capire quanto profondamente io stia male. Ma non basta questo. Ho capito anche di stare male da così tanto tempo che ormai non riesco proprio più a farcela.

Da tempo è noto a tutti coloro che mi circondano il fatto che io soffra di ansia, ma ora quest’ansia è davvero degenerata e io sono realmente incazzato. Sono incazzato perché penso non dipenda soltanto da me il mio stare male.

Io penso che sia proprio la società che non funziona. Viviamo in un contesto sociale che ci vuole ipercompetitivi. Un contesto sociale in cui devi arrivare ai migliori risultati nel minor tempo possibile. Anche per fare una professione umile devi essere eccezionale nel farla, altrimenti ti passa davanti qualcun altro.

Non so se sia la mia generazione ad aver sperimentato tutte queste difficoltà, ma quando dicono che i giovani di oggi non hanno più speranze, io mi ci riconosco in pieno. E tutta questa immane difficoltà dipende da chi ci ha preceduto. Da chi si è goduto uno stato per nulla lungimirante, che ha sperperato tutte le risorse, senza tenere conto che ci sarebbero stati figli e ci sarebbero stati nipoti. Senza tenere conto che le pensioni dorate e le baby pensioni avrebbero compresso e portato allo sfinimento intere generazioni tormentate dall’ossessione della competizione.

Io oggi vorrei anche parlarvi della mia esperienza concorsuale (di come i costi del viaggio fossero proibitivi, con un preavviso brevissimo, di come sia stato scomodo viaggiare in bus dalla Sicilia e affrontare le intemperie, di come ci abbiano fatto aspettare 4 ore dall’ora della convocazione per fare il test – tra l’altro solo a quelli del primo turno – e di come abbiano progettato compiti del tutto differenti e su argomenti molto più specifici rispetto a quelli sempre richiesti per i concorsi precedenti per il medesimo ruolo così da annullare ogni possibile differenza fra chi ha studiato – e pure tanto – e chi è andato lì a provare la sorte e basta), ma non è questo il punto.

Se fa tanto male (malissimo) che le condizioni siano avverse, che nessuno abbia rispetto per le tue speranze e per il tuo impegno, e che alla fine ci si ritrovi sempre nella situazione in cui o hai una botta di culo o te ne torni a casa è perché è una vita intera che convivo con questo pensiero: o sei il numero uno o non vali niente.

Se ad ogni concorso per ogni mille posti ci sono cinquantamila persone che ci sperano, qualcosa non va. E’ solo la cartina al tornasole di un Paese che semplicemente ha reso effettivo il principio per cui non tutti dobbiamo lavorare e avere risorse dignitose. Un paese che non ha nessun interesse a fare in modo che le selezioni avvengano in condizioni di pari opportunità (prevedendo difficoltà e sforzi economici diversi per raggiungere le sedi concorsuali, differenti tempi di preparazione fra chi viene sorteggiato prima e chi dopo, differenti difficoltà tra chi becca un compito e chi ne becca un altro, tra chi fa il compito sette ore dopo che si è svegliato all’alba in una città che non è la sua e ha preso il treno e chi in condizioni psicofisiche migliori).

Ma ribadisco. Questo concorso è stato per me l’occasione di pensare molto anche a me stesso e a come ho sempre vissuto questa competizione spietata. Da anni, ormai, non riesco più ad accettare niente di quello che ottengo. Sono giorni che fatico a convivere con me stesso, a sentirmi un idiota privo di prospettive e di risorse.

Non mi piacciono i risultati ottenuti sul blog, non mi piacciono le continue delusioni che sto incontrando nel cercare di perseguire la mia ambizione di scrivere, recrimino ancora per il mio voto di diploma e mi mangio le mani per aver passato i primi due anni di università in condizioni di (quasi) rilassatezza, perché con una media un po’ più alta all’inizio adesso avrei potuto avere quel fatidico 105 che a Giurisprudenza ti apre qualche porticina in più.

Odio letteralmente la mia emotività. Io posso fare meraviglie con la mia testa, nelle mie quattro mura di casa, e poi essere letteralmente un cesso fetente quando sono sotto pressione. Non serve a niente essere emotivi, in una società che premia la persona che è mediamente brava e mediamente lucida a discapito di chi magari è molto bravo ma anche molto emotivo e fragile caratterialmente. La sensibilità è uno svantaggio, punto e basta. Nessuno pensa alle condizioni in cui viene fatta la performance, pensa solo alla performance, a quel frangente di secondo in cui puoi brillare o fallire.

Ma perché in questa società viene premiato solo uno. Che cosa c’è di male a essere il terzo, il quarto, il quinto o l’ottavo?

Che c’era di male quando tornavo a casa e portavo un sette e mezzo e non un voto più alto? Perché non andava mai bene? Perché se prendevo otto mi dovevo dispiacere che un altro prendesse nove? Perché se prendevo nove mi dovevo dispiacere che un altro prendesse dieci?

Fatico a convivere con me stesso in questi giorni. Durante il concorso, tra la gastrite, l’ansia, la stanchezza e (forse) pure un calo di zuccheri, sono riuscito a sbagliare qualsiasi cosa, quando a casa mi mangiavo problemi di logica molto più complessi. E mi odio, mi odio perché non serve a niente avere delle qualità se quando sei stanco e sotto pressione non vali niente. Io non accetto il fallimento perché è una vita che competo e non arrivo mai primo.

E penso che, come me, ce ne siano tante di persone, per questo penso che questo sfogo possa essere importante anche per altri. E’ per questo che oggi ho deciso di non vergognarmi, di parlare seriamente e apertamente di quello che forse nessuno sarebbe in grado di ammettere in una società che ci vuole sempre fighi, bravi, belli e a posto con noi stessi. Io non mi ci sento a posto, e non mi ci sentirò finché non arriverà quel giorno in cui i miei sforzi, in un campo o nell’altro, mi porteranno a essere il primo. Anche solo per un giorno, anche solo per potermi mettere l’anima in pace che quello sforzo sia bastato a cambiare qualcosa, a provare che riesco anche a dimostrare qualcosa.

Di complimenti ne ho ricevuti sempre tanti, troppi. Tutti mi dicono che sono in gamba, che ho una gran testa, che le mie qualità mi porteranno da qualche parte, ma poi… Resto sempre non bravo abbastanza. Mi manca sempre qualcosa. E mi chiedo come si debba vivere in una società che sembra premiare (forse) soltanto quello che ha davvero il pacchetto completo.

22 commenti

  1. Comprendo la tua frustrazione in quanto madre e perché è vero che questo mondo non è fatto per i giovani. Nel senso che noi grandi, adulti, vecchi, come vogliamo chiamarci, non facciamo posto. Ci lamentiamo di come vanno le cose, quando poi il mondo politico e finanziario non è lasciato certamente a chi è più giovane. È ingiusto tutto ciò che hai vissuto, ed è giusto trovare, ad esempio nella scrittura, una valvola di sfogo. Dopo tutto questo che dire? Che bisogna poi archiviare le giornate no. Il blog così non ti soddisfa? Il web offre consigli, suggerimenti. Bisogna guardarsi in giro, correggere il tiro. Liberarsi completamente dell’ansia non so se sia possibile. Io sono nata ansiosa! 😱 Ma le esperienze aiutano a gestire. Mai affrontare il domani in modo pessimistico, sicuramente ci sono persone che stanno meglio, si sono realizzate, ma molte altre no, anzi! Questo non vuol dire: mal comune mezzo gaudio, ma che occorre ridimensionare le difficoltà. Questa è la vita, frase banale…ma è così. Un mondo di auguri!

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    1. Lo so bene che è così. Grazie per avermi dato i tuoi consigli. Apprezzo tanto il fatto che abbia letto e che mi abbia dato dei consigli.
      Per il blog, la scrittura, la carriera e tutto quello in cui mi ci metto provo sempre a correggere il tiro, a riprendermi, a dare il tutto per tutto, a fare di più, ma fatico ad arrivare comunque dove voglio e certe volte lo sconforto è più grande di tutto. Mi sento abbattuto e non archivio le giornate no. A volte le mie giornate no diventano settimane no e fatico ad accettare me stesso. Ma alla fine sono sempre uno che ricomincia a tirare la carretta e a dare il massimo per arrivarci in un altro momento.
      Sarebbe solo meglio ogni tanto mettere in saccoccia qualche soddisfazione per dare una giustificazione ai sacrifici.

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  2. Scusa se te lo dico, ma per me stai ancora sbagliando tutto! Se parti con il presupposto che devi essere per forza il primo hai già perso in partenza, nei concorsi non c’è 1 posto ce n’è sempre un certo numero anche se pochi e se ce ne sono 50 disponibili il fatto che tu arrivi primo o cinquantesimo non ha alcun valore, l’importante è passare e riuscire a entrare nel numero. La cosa importante è fare del proprio meglio, poi come va va, e uno non è un fallito perché è andata male, non è solo rientrato nel numero. Devi cambiare prospettiva altrimenti non otterrai mai niente se non rovinarti la salute e andare in depressione per niente!

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    1. Grazie. Se avessi fatto un compito da finire cinquantesimo, non sarei mai stato così. E’ chiaro che per me finire in graduatoria era come arrivare primo, ma come ho scritto, non sono stato nelle condizioni di fare niente di buono.
      Non è che essere il primo significa LETTERALMENTE essere il primo.
      E comunque se ho confessato di avere un problema, non ho mai pensato di avere ragione o di star riuscendo a vivere bene o che fosse giusto pensare quello che penso.

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      1. Devi fare una indigestione di autostima, nei concorsi come hai ben detto è molto questione di fortuna, quindi se si va male non per questo ci si deve sentire un fallito, andrà meglio la prossima volta. Se impari a prenderla più alla leggera sicuramente renderai di più e starai meno male.

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  3. Sono felice che tu abbia deciso di scrivere questo post sul blog, perché richiede tanto coraggio. E non parlo di coraggio di esporsi in pubblico, ma di ammettere a se stessi di non stare bene.
    Può sembrare una frase fatta, ma è davvero il primo passo per riuscire a stare meglio.
    Mi sono ritrovata tanto nelle tue parole, ma sul serio.
    Lotto in continuazione contro la vocina nella mia testa che mi dice che tutto ciò che faccio fa schifo. Faccio schifo sul lavoro, nel blog, negli studi, nella scrittura, come persona… Cerco di reprimerla ma è sempre lì, pronta ad abbattermi.
    E come dici tu le rassicurazioni degli altri non servono a nulla.
    A primavera di quest’anno ho iniziato ad andare dalla psicologa ( e non mi vergogno a dirlo.)
    Stiamo lavorando sulle mie insicurezze. Non sono cambiata dal giorno alla notte, ma un piccolo passo alla volta sta andando meglio.
    Vivere con una sensibilità come la tua non è facile, richiede tanto lavoro.
    Ma ci sono persone che possono aiutarti, come sta accadendo a me.
    Non voglio minimizzare quello che provi come alcuni potrebbero fare, perché questi stati d’animo non devono mai essere minimizzati.
    Detto questo, sai che per qualsiasi cosa sono qui ❤

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  4. Sono d’accordo con Feliscia, oggi dire quello che hai scritto tu richiede molto coraggio: c’è quasi un senso di pudore, e se dichiararsi solitari, ansiosi, paranoici o depressi è considerato, superficialmente, materiale perfetto per dei meme, parlarne sul serio viene spesso percepito come qualcosa di sconveniente, e si tende a evitarlo. Io stesso tendo a non parlarne, tant’è vero che ho amici, a cui voglio molto bene e di cui mi fido tantissimo, a cui tendo a non raccontare molte cose, un po’ perché penso che tutto sommato non gli interessi e un po’ per una specie di omertà.
    L’importante è, appunto, non trascurare mai questi pensieri, anche se spesso la prima risposta è “rilassati e non pensarci”, che è un po’ come dire “su con la vita” a una persona malata di depressione.
    Purtroppo il fatto di avere le risorse contate rende necessariamente più competitiva la lotta tra le persone, e a noi tocca pagare la scarsa lungimiranza dei nostri genitori e dei nostri nonni, che invece hanno potuto godere di un benessere economico e sociale come se non fosse un domani; adesso che il domani è arrivato sono ca**i, ma non per loro, per noi! E questo è profondamente ingiusto. Se a questo aggiungi il fatto di essere in un Paese che difficilmente premia effettivamente il merito…
    L’anno prossimo ho deciso di tentare il concorso per insegnare alla secondaria, ma il precedente concorso era stato annullato per brogli e adesso la competizione sarà infernale, per cui capisco molto bene quello che provi.

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  5. Il problema è che non ti vuoi bene, il primo passo è quello, accettarsi per quello che si è nel bene e nel male, e volersi bene comunque. Se tu ti vuoi bene le tue scelte saranno orientate per rendere la tua vita felice o almeno provarci. La prima domanda che mi sono fatto leggendo il tuo sfogo è : ma uno come te fa giurisprudenza ? E uno con la tua fantasia , la tua bravura va a fare un concorso per diventare uno statale? Forse non meriti di più?
    Ho capito il posto fisso, ma la tua felicità ? La sensibilità è il più bel dono che ti è stato dato, usala…..
    Figlia a scuola è sempre stata bravissima, e lo è tutt’ora. Sai qual’è il lavoro che gli piace fare la barista….

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    1. Grazie per il commento. Io sono pentito di essermi iscritto a Giurisprudenza. Tanto del mio malessere dipende dall’aver scelto questa strada. A 18 anni non sono stato in grado di capire il percorso giusto per me e poi, pur trovandomi male, ho preferito continuare, pensando che mollare sarebbe stato un fallimento.
      Il posto fisso può risultare una cavolata ma davvero qui in Sicilia non c’è più niente. Non ci sono occasioni di alcun tipo. L’altro mondo in cui voglio lanciarmi, quello della letteratura, è sovraccarico e in Italia coi libri ci mangiano in pochi. Detto sinceramente ho anche bisogno di iniziare a lavorare per poter investire nelle mie passioni e per altri motivi familiari. Per questo si sommano pressioni a pressioni.
      Comunque dai. Cerco di rimettermi in piedi che non c’è mai tempo per piangersi addosso!

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  6. Ciao Giovanni, comprendo la tua ansia. La preoccupazione di non arrivare primi o la paura di fallire, ma se posso darti un consiglio, focalizza la tua attenzione sui successi. Lo avevo anche scritto in un post, tempo fa, questo senso di inadeguatezza o di soffocamento colpisce chiunque voglia emergere, in qualsiasi ambito. Quando guardi una classifica non focalizzarti su “sono dopo i primi due” ma su “sono primo davanti a 100” e questo su tutto. Uno dei piccoli trucchi psicologici che aiuta a non perdersi. Se pensi possa aiutare farò un approfondimento al mio articolo vecchio.

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    1. Grazie Lucia. Comunque io non sono una persona ambiziosa.
      Anzi, tante persone si sorprendono del fatto che la mia aspirazione sia avere una vita dignitosa e poco più e poter trovare sempre il tempo di scrivere. La gente attorno a me ha sempre creduto che avessi le carte per arrivare chissà dove, ma quando mi accorgo di non arrivare nemmeno ai ripieghi dei miei desideri sto davvero male.
      Ci sarebbe tanto da dire su di me e sugli ultimi anni soprattutto, ma credo di aver parlato abbastanza. Farò tesoro di ciò che hai detto comunque.

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  7. Avevo letto la preview sui social e mi ero promessa di recuperare il tuo articolo non appena avrei potuto. E niente, non ho davvero parole perché hai descritto perfettamente una fase che tutti noi, chi di più e chi di meno, attraversiamo nella nostra vita. C’è chi poi l’affronta con un sorriso, tenendo tutto dentro e chi invece espone le proprie frustrazioni. Mi trovo d’accordo con uno dei commenti in cui viene detto che il primo passo è quello di amarci di più perché solo così riusciamo a stare bene con noi stessi.

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