Recensione de "La dea fortuna" – un inno all'amore imperfetto

Ieri sera sono andato al cinema a vedere il nuovo film di uno dei miei registi preferiti, Ferzan Ozpetek. Mi riferisco ovviamente a “La dea fortuna“, commedia drammatica che, in qualche modo, riporta Ozpetek vicino al film che lo ha consacrato in Italia, ovvero “Le fate ignoranti“.

Partiamo proprio da questa riflessione. In cosa “La dea fortuna” ci riporta al “vecchio Ozpetek”, quello ante Rosso Istanbul, per intenderci?

E’ evidente che questo “dramedy” (viene considerato una commedia, ma io lo ritengo molto più vicino a un dramma, quindi ricorriamo a questo termine inflazionato) si allontani dalla sperimentazione ardita degli ultimi film del regista turco. E credo che non sia per nulla peregrino il paragone con “Le fate ignoranti”. Infatti uno dei commenti che mi è sorto spontaneo, all’uscita dalla sala, è stato questo: “ha trasportato le fate ignoranti nel contesto moderno”.

A distanza di diciott’anni, Ferzan non perde la voglia di riesplorare la (sua) vita attraverso il cinema e crea un’atmosfera che ha sempre un sapore spiccatamente autobiografico, ma che ha molta più attenzione ai tempi che cambiano e alle esigenze della società (che si è evoluta meno di quanto si sarebbe creduto rispetto al 2001, anno in cui uscì “Le fate ignoranti”). Basta conoscere pochi dettagli (o aver letto i suoi libri) sulla vita del regista per capire che il condominio e i personaggi che lo popolano riportano molto del suo vissuto.

Ma, come dicevo, in qualche modo si prende anche distanza dal primo film. Credo che “La dea fortuna” abbia un istinto “sociale” molto più spiccato rispetto al film con Margherita Buy, più marcatamente introspettivo.

A variare è anche la molteplicità degli aspetti e dei “mood” che vive il film. Se “Le fate ignoranti” aveva un sapore dolceamaro, che riportava sullo schermo la scoperta di un mondo nascosto agli occhi di una protagonista in un momento cruciale della sua vita, “La dea fortuna” vive di tante sfumature diverse, di tante – potrei dire – “variazioni sul tema”. C’è l’allegria, c’è la comicità, c’è il dramma, ci sono le battute, ci sono le tragedie.

E, come dicevo, c’è un occhio di riguardo per la tematica sociale. E’ un film che celebra la diversità e lo fa con brio. Una celebrazione che è molto più universale rispetto a quanto accade negli altri film di Ozpetek.

Per quanto attiene all’aspetto più “intimo e intimista” del film, invece, mi sento di dire che si tratta di un film che parla di “amore imperfetto”. Anzi, potrei dire che “La dea fortuna” è proprio un inno all’amore imperfetto. Vi sono tanti esempi di amori fuori dai canoni che, però, sono gli amori di una vita e per questo vanno rispettati. Sono, a loro modo, sacri. L’amore verso un uomo malato di alzheimer, l’amore verso una persona del proprio sesso, l’amore di una donna per un uomo omosessuale, l’amore fra due persone che non si riconoscono e si tradiscono.

L’amore continua, malgrado tutto. E, se lo si desidera, quell’amore non finirà mai. Non so se ho qualche strana deformazione psichica per azzardare questa considerazione ma credo che, alla base, del concetto de “La dea fortuna” vi sia una sorta di cannibalismo ideale. La proiezione dell’amore si trasforma in qualcosa di concreto, di materiale da possedere ad ogni costo. Assorbi l’immagine della persona che ami e te ne nutri, anche quando la vita va come va e i casini si moltiplicano.

Ho apprezzato moltissimo la fotografia del film. Alcune scene sono ricche di contrasti che rendono i personaggi vividi e affascinanti.

E ho apprezzato altresì la recitazione. Jasmine Trinca è un vero gioiello della scuola attorale italiana. Penso potrebbe recitare alla grande qualsiasi ruolo. Barbara Alberti gestisce dignitosamente un ruolo tragicomico che ha il suo perché. Edoardo Leo fa il massimo e sorprende per delicatezza e sfaccettature emozionali della sua interpretazione. Ho trovato, invece, un po’ monotematico Stefano Accorsi, che, in qualche modo, ha assunto un mood molto “alla Margherita Buy” nel film. A metà tra il triste e l’angustiato in qualsiasi scena.

Un film molto complesso da valutare, ma che mi è piaciuto molto e di cui consiglio certamente la visione.

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