Recensione de “La ballata dell’usignolo e del serpente”: gli Hunger Games incontrano Hobbes


Buongiorno amici lettori!

Oggi recensiamo un libro la cui pubblicazione ha sorpreso un po’ tutti ma che ha creato molte aspettative. Sto parlando de “La ballata dell’usignolo e del serpente“, prequel di Hunger Games, scritto da Suzanne Collins e pubblicato in Italia da Mondadori.

La recensione che state per leggere conterrà ovviamente degli spoiler, pertanto se preferite prima leggere il libro vi linko questo articolo in cui potrete comprendere la trama e quello che dovrete aspettarvi dalla lettura.

Passando alla recensione vera e propria…

Prima di tutto, bisogna dire che uno ci va sempre coi piedi di piombo con gli spin-off di una saga. Raramente, infatti, i progetti nati molti anni dopo la creazione di una saga funzionano allo stesso modo. Spesso si perde la magia che ha reso i libri originali così speciali agli occhi dei fan.

Questo, secondo me, non è il caso de “La ballata dell’usignolo e del serpente”. Si tratta, infatti, di un libro molto bello e avvincente che ha, di sicuro, superato le mie aspettative. Non è un libro perfetto (e ha raccolto delle critiche per questo), ma ciò non toglie che sia un libro assolutamente consigliato.

Cosa ha funzionato?

La cosa che più mi ha colpito del libro è stato il finale. Un finale che non fa invidia a un thriller ha davvero rivitalizzato il lettore dopo un centinaio di pagine un po’ fiacche (che io avrei sinceramente omesso o riassunto). Davvero, gli ultimi 4/5 capitoli sono stati un crescendo di emozioni e pathos. Non si poteva non immaginare come sarebbero state rese quelle atmosfere in un rifacimento cinematografico. Infatti, penso che alcune parti del libro si prestino a meraviglia per un film.

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Ha funzionato anche l’approfondimento sulla storia e sull’evoluzione degli Hunger Games. Non so se mi rende una cattiva persona, ma leggere le narrazioni degli Hunger Games, ogni volta, mi entusiasma. La saga originaria era stata paragonata, per certi versi, ad “Arancia meccanica” per la violenza del concept degli Hunger Games, ma fortunatamente la narrazione della Collins rende tutto “più soft”. Non siamo mai disgustati dalle scene violente o dagli episodi tragici, anzi, l’autrice ci spinge a riflettere per il tramite di un’opera che offre un intrattenimento senza paragoni. E’ un libro divertente che ci fa chiaramente sviluppare la convinzione di quanto sia sbagliato fare combattere gli uomini alla morte per puro divertimento, ma che al tempo stesso furbescamente offre al lettore la possibilità di tuffarsi in scene d’azione piene di adrenalina e di grande ritmo.

Inoltre, è un libro chiaramente influenzato dalla filosofia. Più e più volte viene richiamato il “contratto sociale” di hobbesiana memoria. Proprio a Hobbes ci rifacciamo per parlare di stato di natura e di contratto sociale, che sono i due concetti che stanno alla base di chi plasma gli Hunger Games e la stessa società di Panem.

Alla fine, anche se spesso trattata senza una presa di posizione da parte dell’autrice, la riflessione sulla natura umana in un mondo privo di regole è la vera protagonista di questo libro.

Cosa non ha funzionato?

Detto che delle circa 480 pagine del libro, avrei fatto a meno di leggere le cento pagine successive alla fine degli Hunger Games (davvero pesantissime), proviamo a enumerare qualche altro difetto.

Coriolanus Snow, protagonista del libro, per me è un’occasione sprecata. Credo che sia stato troppo difficile per la Collins raccontare le contraddizioni di una persona che, a volte, sembra buona, a volte sembra semplicemente egoista e, altre volte ancora, ci appare come il male in persona.

Solo in parte, infatti, l’arco narrativo riesce a descrivere l’evoluzione di una persona buona in un vero villain. Mi sembra che ci fossero istinti e idee diverse nella mente della Collins, mentre cercava di rendere il suo Coriolanus Snow. In parte ha provato a descrivere la trasformazione di una brava persona in un mostro causata da una società spietata, in parte ha provato a descrivere una persona piena di contraddizioni e con un’indole malvagia che non poteva resistere agli istinti. Alla fine la narrazione ha miscelato queste due strade narrative e quello che ne è venuto fuori è stato un personaggio che, pur realistico, è letterariamente imperfetto e che non è all’altezza del libro di cui è protagonista. Allo stesso modo, si potrebbe dire che Lucy Gray non è riuscita mai a diventare personaggio centrale della storia, rimanendo piuttosto un espediente narrativo per approfondire la psicologia di Snow.

Giudizio complessivo:

Devo dire, comunque, che il libro è davvero uno di quelli da cui fai fatica a staccarti, almeno per 3/4 delle pagine. Infatti si legge in breve, malgrado la lunghezza. E’ una lettura divertente e che offre, al tempo stesso, molti spunti di riflessione, quindi non posso che apprezzare questa combinazione.

Un fantasy distopico, dunque, che mi ha colpito moltissimo e che è sicuramente tra i libri migliori che ho letto quest’anno! 

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