Bookframe n. 4 – Amore in letteratura (vol. I): dalla donna diavolo fino al Dolce Stil Novo

“No, ma lo core meo
more più spesso e forte
che no faria di morte – naturale,
per voi, donna, cui ama,
più che se stesso brama,
e voi pur lo sdegnate:
amor, vostra mistate – vidi male.”

Ricorro a queste parole di Jacopo da Lentini per introdurre il bookframe di questa settimana. Dato che è da poco passato San Valentino, abbiamo deciso di iniziare un lungo viaggio dedicato all’amore in letteratura. Oggi e nelle settimane a venire esploreremo come l’amore è stato raccontato nei secoli fino a giungere ai giorni nostri.

DA DONNA DIAVOLO A DONNA ANGELO

Il nostro viaggio parte nel medioevo, epoca in cui si scontrano due visioni. Da una parte la cultura monastica propugna una visione di donna come tentatrice, una donna diavolo che sconvolge i sensi e porta al peccato. Dall’altra una cultura più eminentemente laica propone la visione della donna come angelo ai bisogni della quale obbedire. Una donna che è perfezione morale prima che fisica.

A prevalere è la visione più laica, che guarda all’amore per la donna non come a un’occasione per il peccato ma come opportunità di elevazione spirituale e morale per l’uomo.

La dinamica del rapporto fra uomo e donna ricalcherà nella letteratura di questi tempi il rapporto feudale. Tra donna-signora e uomo-servo si instaurerà un rapporto di vassallaggio. L’uomo compirà imprese eroiche per volere della donna o per renderle omaggio e in cambio otterrà la riconoscenza della donna.

Questa riconoscenza, in un primo momento dipinta come platonica, trascenderà la sfera fisica con l’avvento dell’epica cavalleresca, in cui si celebrerà un amore più concreto e sensuale.

LA SVOLTA: IL VOLGARE

La vera svolta della letteratura amorosa si ha con il passaggio dalla composizione in lingua latina a quella in lingua volgare.

L’amore è, infatti, sempre stato (come oggi) un argomento popolare. Ed è divenuto il tema cardine della lirica trobadorica, che si sviluppa in Provenza tra l’XI e il XII secolo. Con la lirica provenzale si ha la prima vera produzione in volgare e la natura “popolare” di questa nuova forma letteraria si evince da come veniva proposta al pubblico. Spesso le liriche, infatti, venivano cantate o recitate in pubblico.

L’amore, dunque, diventa elemento d’aggregazione e canale per diffondere la letteratura e la lingua.

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L’AMOR CORTESE

L’epica cavalleresca cristallizza questa visione d’amore basata su un rapporto di vassallaggio fra donna e uomo.

Nell’epica una tematica centrale è proprio questo amore, estremamente canonizzato. Nell’epica romanza viene descritto un vero e proprio rituale di corteggiamento che vede l’uomo, l’eroe, il cavaliere spasimare per una donna che è fulcro di doti morali e fisiche inarrivabili. Donna che diviene il principale stimolo per le gesta valorose dei cavalieri. Ci si allontana definitivamente, dunque, da una visione negativa della donna che porta l’uomo agli istinti. La donna dell’epica cavalleresca è, anzi, spinta verso la grandezza, verso la trascendenza dell’eroe.

L’amore diviene un atto avulso dalla logica del peccato e viene rigidamente associato al concetto di nobiltà. Non solo gli amanti sono esclusivamente un cavaliere e una nobildonna, ma lo stesso amare diviene in definitiva un atto nobile, un sintomo di nobiltà d’animo.

L’AMORE INAPPAGATO E LA SCUOLA SICILIANA

Un’altra tematica di estrema rilevanza è quella che attiene al mancato coronamento dell’amore. L’amore è uno struggimento continuo. Siamo in una fase della letteratura in cui la donna, come detto in precedenza, ci appare inarrivabile. Si arriva a penare soltanto per un saluto di una donna che è, davvero, essere sublime e superiore.

Lo spasimo per la donna amata, sempre troppo lontana e sempre al vertice di un rapporto sovraordinato nei confronti dell’uomo, è il leitmotiv dell’epica romanza ma anche e soprattutto della poesia che si sviluppa in Italia nella scuola siciliana.

Alla corte di Federico II inizia a svilupparsi un movimento intellettuale e letterario proprio su impulso del sovrano che si accerchia delle menti più brillanti. La scuola siciliana vede come esponente più importante proprio Jacopo da Lentini, le cui parole esemplificano l’eterno sforzo (sempre vano) dell’uomo, bramoso di conquistare la donna che incarna quasi una perfezione morale irraggiungibile.

DOLCE STIL NOVO

Seguendo un qualsiasi dizionario troviamo che il Dolce Stil Novo è una tendenza poetica diffusasi in Toscana tra la seconda metà del 13° e l’inizio del 14° sec., chiamata in questo modo dalla critica moderna sulla base di versi di Dante (Purgatorio XXIV, 49-62). In questa tendenza troviamo la materia poetica nell’amore, sia nella sua accezione più sentimentale, sia indagini sulla sua essenza filosofica e sui suoi effetti morali. Lo stil novo rappresenta un momento storicamente importantissimo di quel processo della poesia lirica italiana che, muovendo dai siciliani, giungerà poi alla poesia petrarchesca.

Dante identifica in Guinizelli l’iniziatore del movimento; inoltre tra i letterati rientranti nella corrente troviamo lo stesso Dante, ma anche Cavalcanti e i loro coetanei Lapo Gianni, Frescobaldi, Alfani.

Di fatto, troviamo novità di questa poesia non sul lato sentimentale ma dottrinale e stilistico. Rimane poco chiaro in che cosa consista propriamente la novità contenutistica. Indubbiamente la loro poesia tratterà un amore diverso dal piacere sensuale (una branca di stilnovisti comunque canterà di poesia sensuale e realistica, ma con modelli e strutture stilistiche riconoscibili come stilnovistiche) in modo poco realistico. Questi caratteri, tuttavia, non sono sufficienti a distinguerli dai predecessori, che cantavano ugualmente di amori platonici. È necessario, dunque, approfondire l’argomento, analizzando il rapporto fra Dante e l’amore.

DANTE E L’AMORE

Nel pensiero di Dante la dolcezza di suono – ottenuta mediante la scelta accurata di vocaboli – o la loro semplice collocazione – e il ripudio di suoni duri, di forme artificiose e aggrovigliate – permetteva la realizzazione di questa nuova poetica.

«D’allora innanzi dico che Amore segnoreggiò la mia anima»

Queste le parole di Dante al ricordo della prima volta che vide Beatrice. Non sappiamo bene e in quale misura avvenne questo incontro ma sicuramente stiamo parlando di un Dante bambino. Seguendo il ragionamento della dottoressa Silvia Vegetti Finzi, specialista di psicologia infantile, possiamo dire che il primo amore si profila di solito «verso gli otto, nove anni, a volte anche prima». È un’emozione legata al «periodo di latenza, quando comincia già a profilarsi il turbinio di nuove emozioni legati alla pubertà». E in questo periodo dello sviluppo l’amore è ancora platonico e fortemente idealizzato.

Questa infatuazione, però, nella poetica della Vita Nuova ancora astratta, nonostante il Dante autore della Vita Nuova non sia più un bambino ma un giovane adulto. L’amore è ancora inesistente sul piano pratico, ma importante sul piano interiore.

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Per comprendere meglio tale visione, bisogna immedesimarsi nell’immaginario collettivo del tempo. Proviamo a chiarire meglio, per il tramite delle parole di Alessandro Barbero: «Il dubbio può sembrare strano a noi post-romantici, persuasi che l’amore sia la cosa più importante e nobile di tutte, ma gli uomini del tempo di Dante erano convinti che i comportamenti debbono essere governati dalla ragione, e avevano paura della forza con cui l’amore si impadronisce delle persone». Ma questo breve incontro sarà una delle pochissime volte che Dante incontra Beatrice, infatti, «La separazione tra i sessi, come s’è detto, era rigorosa nella Firenze di Dante; li più che altrove, si direbbe, a giudicare da certi suoi commenti. S’intuisce che le donne stavano quasi sempre tra donne, e di conseguenza gli uomini tra uomini; ci si incrociava per la strada, ci si salutava, ma le occasioni di stare davvero insieme fra giovani dei due sessi erano limitate e preziose».

Da ciò intuiamo anche qual è la differenza fra stilnovismo e la letteratura che lo ha preceduto (in particolare la scuola siciliana): l’amore diviene pura contemplazione. Esce fuori dalla logica qualsiasi forma di corresponsione d’amore, anche fosse soltanto un piccolo gesto. Ciò che importa è la perturbazione psichica e la trasformazione che viene indotta nel soggetto amante che sfrutta l’amore per la donna come strumento di elevazione. Lo stesso amore per la donna è metafora per l’amore nei confronti di Dio.

Inoltre, con lo stilnovismo superiamo la logica della nobiltà di nascita. La nobiltà esaltata è solo quella di spirito e non si considera più solamente l’individuo nobile di nascita come capace di grandi sentimenti.

Giovanni Di Rosa

Luca Amato

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