Recensione di Che razza di libro di Jason Mott

“Ma, come chiunque sfrecci nel vuoto cosmico su questa nostra roccia piena d’acqua, ho avuto delle giornate in cui ho pensato che sarebbe stato meglio non essere solo. In cui avrei voluto sentire la mano di qualcuno nella mia carne. Fare una battuta e sentire una risata che non fosse la mia. L’unico difetto che ho sempre trovato nella scrittura è che puoi parlare alla pagina, ma lei non ti risponde mai. Scrivere è un atto ossessivo, in fondo. E l’ossessione, per sua natura, è una strada a senso unico.

Solo l’amore può rispondere.

E per quello hai bisogno di un’altra persona.”

Inizio con la mia citazione preferita del romanzo la mia recensione di “Che razza di libro” di Jason Mott, libro che ho letto per un club di lettura.

Che razza di libro è quel libro che ti parla, senza mezzi termini, senza orpelli o guizzi, di una tematica che, purtroppo, è adesso e sarà sempre (a meno di quasi insperati cambiamenti) attuale, ossia il razzismo.

In Che razza di libro il tema razziale predomina e si affronta la situazione dei neri negli Stati Uniti, e non solo. È un’eco alle tragedie che hanno dominato le pagine dei notiziari e che hanno portato poi al diffondersi del movimento Black Lives Matter.

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“Ci vuole tempo, per le cose di valore. E forse il tempo serve a questo: a dare senso al nostro agire; a creare lo spazio dove soffermarci su quello che facciamo fino a conferirgli una qualità inestimabile.”

Tuttavia, è un romanzo fantasioso che è molto di più di una denuncia razziale. È un libro che affronta svariate tematiche e che prova a prendere il punto di vista di un personaggio che il lettore, alla fine, non sa nemmeno se esiste davvero. È un libro che definirei situazionale, meta-letterario, comico, irriverente e strano, maledettamente strano. È un libro che ti porta in un viaggio senza cornici ben definite.

Il superpotere del libro di Mott, però, è la capacità di conquistare anche i lettori che apprezzano le storie più lineari e strutturate.

 “Il dolore rende egoisti. Ne abbiamo già a sufficienza e non posso accollarmi anche il tuo.”

Devo essere onesto, ciò che mi ha colpito di più di questo libro è il dilemma che si pone il protagonista (che, sotto questo aspetto, è alterego dell’autore), ossia: da scrittore nero devo parlare dei neri o devo godermi il mio status di privilegiato e non farmi risucchiare dalle tematiche razziali?

Infine, chiudo con una menzione alla tematica amorosa. Questo libro, a detta del protagonista, doveva essere una storia d’amore. Ma non lo può essere, non fino in fondo. Alla fine, la maledizione del colore della pelle è un buco nero da cui non si può scappare, per quanto ci si provi. L’amore viene visto come una via di fuga, come un’espiazione, come un salvacondotto per la felicità. Ma anche l’amore è difficile da raggiungere e, a volte, il cammino che si percorre non ci permette di trovarlo e di approfittare del suo potere salvifico.

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