La lingua perduta delle gru: David Leavitt aveva predetto la fugacità delle relazioni moderne?

In questi giorni ho iniziato a leggere il primo romanzo di David Leavitt, La lingua perduta delle gru.

Il romanzo, edito nel 1986, parla della storia di Philip, un giovane gay newyorchese alle prese con la decisione di fare coming out e della sua storia in anni in cui non c’era, di certo, la stessa apertura mentale che esiste adesso (o, almeno, dovrebbe esistere).

Non ho ancora finito la lettura, ma già le prime pagine mi hanno conquistato e mi hanno spinto a riflettere su quello che emerge dalla descrizione dei sentimenti del protagonista che si sta sempre più avvicinando a Eliot, ragazzo di cui si innamora a prima vista.

“Se non altro Eliot sembrava apprezzare Philip, gli piaceva arruffargli i capelli come si fa con un ragazzino, e dire: «Sei proprio carino, lo sai?». Ma sembrava che non pensasse mai più in là di cinque minuti e questo preoccupava Philip. Insisteva nel dire che “viveva il presente”, un istinto di cui Philip non si fidava. Cosa succedeva quando il presente, che era lui, finiva?”

david leavitt

A primo impatto, leggere delle insicurezze di Philip mi ha fatto dire “Caspita, Leavitt ha previsto come sarebbe diventato l’amore negli anni duemila”.

Infatti, nelle pagine che seguono, si vede come Philip parli dell’ansia di apparire troppo “affamato d’amore” e di come questo suo dimostrarlo spaventi tutti. A dire del protagonista, più fai capire di desiderare qualcosa, più porti gli altri ad allontanarsi.

Però, ragionandoci sopra, mi sono detto… “Eh no, è sempre andata così”. Ci sono persone che sono e saranno sempre insicure in amore. Forse proprio a causa della loro sensibilità, di quel desiderio di essere riconosciuti, di condividere, di essere amati. Persone che, per una ragione o per un’altra, hanno sempre faticato a essere amate che fanno da contraltare ad altre persone per cui conoscere persone e conquistarle è sempre stato molto facile (o, quanto meno, più facile).

Una dualità fra chi desidera l’amore e chi ha paura del vincolo.

Un vincolo che, in amore, non dovrebbe fare paura ma che continua a spaventare una grossa fetta di persone.

La parola vincolo, a mio avviso, dovrebbe avere un’interpretazione nobile quando si tratta di rapporto fra due essere umani. Dovrebbe essere vista come legame, come forza, non come peso, come catena da cui è difficile affrancarsi. Tuttavia, nel modo in cui agisce Eliot (che è comunque infinitamente migliore dei precedenti uomini incontrati da Philip), si legge quel desiderio di controllo, quella paura che siano gli altri a ferirci e a farci del male, togliendoci del tutto il dominio sul nostro benessere e sulle nostre scelte.

In quanti si sono sentiti come Philip? Troppo spaventati di essere solo una cotta momentanea, un passatempo, per qualcuno di cui si sono innamorati. Una dinamica così comune e riconoscibile ma trasportata divinamente nelle pagine dall’autore.

La storia di Philip è toccante, il suo background mi ha sedotto da subito e mi ci sono riconosciuto.

È ancora presto per farne una recensione completa, ma di sicuro vi consiglio di leggerlo se cercate letture a tema LGBT (potete acquistarlo qui). Leavitt mi sta facendo persino riappacificare con la narrativa generale statunitense, che solo di rado è stata in grado di entusiasmarmi.

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