“Pensai che ci fosse qualcosa da dire sul fatto che entrambi i dipinti ritraevano cadaveri come oggetti di bellezza, ma non mi andava di mettermi a fare lo psicoanalista”.
Dopo aver visto e parlato del film “Estranei“, mi era venuta curiosità di recuperare il romanzo omonimo di Taichi Yamada.
Come l’ho trovato?
Forse sarà controverso quello che sto per dire, ma ho trovato il libro Estranei meno bello del film, pur avendolo apprezzato. Estranei di Yamada è molto più una ghost story, il film di Andrew Haigh è più un racconto poetico della solitudine moderna.
Nel romanzo, Yamada si focalizza sul protagonista, Hideo, che è un personaggio più solido e strutturato della controparte cinematografica. Rimane medesima la ferita del passato, legata al non aver potuto passare che una manciata di anni coi propri genitori. Il suo rapporto con Kei, la misteriosa vicina con cui intesse una relazione sentimentale, è l’unione di solitudini e traumi differenti. Ammaliante ma meno significativo dell’incontro fra Hideo e i genitori defunti.
Credo che Yamada abbia dipinto una ghost story che intreccia nostalgia e amore e ha reso il tema della morte affascinante come poche altre storie.
Un romanzo breve accattivante, originale, da cui non ci si può staccare.
Ancora una volta, penso che gli orientali riescano a parlare di ricordo e morte come gli occidentali raramente riescono. Assumono un punto d’osservazione differente, che rende delicate e seducenti tematiche spigolose e spesso tabù.
Non posso che consigliarne la lettura.

