Tutto quello che non ti ho detto: A Tinder Story

Sto vivendo quegli anni in cui la mia lenta ma inesorabile trasformazione in Carrie Bradshaw appare ogni giorno più evidente. Non posso fare a meno di ricordare una scena della famosissima serie di Darren Star in cui Carrie e Miranda devono decidersi a partecipare a un evento e Miranda si oppone, riottosa. La motivazione? “Saremo le uniche persone single là dentro”. Risposta di Carrie: “Noi siamo le uniche persone single ovunque”.

Insomma, nei trentaqualcosa, trovare persone che condividano lo status da single come condizione strutturale immodificabile non è così comune. Peraltro, in molti casi, essere al di fuori da una dimensione di coppia non è una scelta. Come nel mio, se ve lo steste chiedendo.

Il rimedio a cui tutti penserebbero sono le app di dating. Ormai, chi non ha un’app di dating installata nel telefono? Sì, pure io ce l’ho, e inizio a rendermi conto che sono ormai più anziano di un buon 80% dei profili che mi vengono mostrati (algoritmo bastardo o davvero tutti, alla mia età, sono fuori dal mercato delle app? Non è dato sapere). Ma perché sono ancora qua? Da questa riflessione nasce: Tutto quello che non ti ho detto – a Tinder story.

Le statistiche

Come mi accade sempre più di frequente, lamentarmi senza costrutto non mi basta; è solo uno spreco di energie. Bisogna avere i dati alla mano, vivere con una pagina sempre aperta sugli studi del Pew Research. Scherzi a parte, ho trovato dei dati interessanti in materia di online dating e di conseguenze relazionali.

Ad oggi, anno del Signore 2026, pare che due utenti su tre, nelle app, siano comunque sentimentalmente impegnati già con qualcuno. Non a caso, esistono persino dei sistemi online per scoprire se il tuo partner è presente sulle applicazioni di dating. Una scoperta che mi ha fatto piombare subito in un episodio di Black Mirror. E non solo: un utente su due non ha la minima intenzione di incontrare nessuno nella vita reale.

Il problema è ancora più evidente nel mondo omosessuale. Se, infatti, gli eterosessuali costruiscono ancora molto più spesso relazioni sentimentali al di fuori delle piattaforme, lo stesso non accade nel mondo LGBT. Le condizioni strutturali della comunità impongono la ricerca sulle app di dating, tanto che la percentuale delle relazioni nate sulle piattaforme virtuali è all’85% del totale. Sembra un dato incoraggiante, ma va detto che è una percentuale relativa, limitata alle relazioni effettivamente esistenti, e non tiene conto della prospettiva complessiva.

La domanda dev’essere un’altra: se nel mondo LGBT le relazioni nascono quasi esclusivamente online, quanto è facile o difficile instaurarne una tramite le app? Pare che soltanto 1 Match su 3300 arrivi al secondo appuntamento e che lo swipe a destra sia un comportamento limitatissimo: gli utenti selezionano come adeguati solo tra l’1% e il 3% dei profili.

Solo nella metà dei casi…

Solo nella metà dei Match viene inviato almeno un messaggio privato. Uno dei motivi per cui la facilità relazionale garantita dalla rete è un falso mito dipende dai moventi distorti che portano le persone a stare su queste applicazioni.

A volte si è spinti dalla solitudine, dalla noia, dalla depressione. Si vuole soltanto chattare o trovare una conferma all’autostima, intraprendendo in realtà un percorso che spesso la vulnera anziché rafforzarla.

Bauman e le dating app

Tinder, come tante altre applicazioni, trasforma le teorie di Bauman sulla modernità liquida in realtà, creando un inganno eterno nella nostra mente. Ci dà l’idea di avere infinite possibilità, e che la stessa esistenza delle app permetta di trovare facilmente un rimpiazzo al partner precedente, per un’uscita poco dolorosa da una relazione. Un modo di ragionare che ci porta a non assumerci responsabilità, a cercare un surrogato emotivo per non soffrire e a “scartare” una relazione con l’illusione di poter trovare sempre di meglio.

Se questo vale per i rapporti avviati, vale a maggior ragione per i match online. Ci distraiamo con una facilità impressionante e interrompiamo conversazioni con l’idea di poter trovare qualcuno che si adatti meglio, ma soprattutto qualcuno che possa essere considerato un upgrade fisico.

Lo stesso comportamento dell’algoritmo, infatti, crea un ranking dei potenziali partner sulla base di canoni estetici, riducendo l’interazione umana alla sola estetica. La “mentalità-Tinder” è una delle motivazioni che porta al dramma dei “normies”: le app hanno alterato drammaticamente la ricerca del partner; le persone belle in modo convenzionale hanno più possibilità, mentre le persone esteticamente normali hanno visto diminuire a dismisura le proprie chance.

Un altro aspetto coerente con le previsioni di Bauman è il modo in cui iniziano le relazioni, soprattutto nel mondo LGBT. Il sociologo aveva descritto la paura contemporanea di creare un vincolo, motivo per cui il modello iniziale della relazione è quello dell’amicizia: un legame che prevede possibilità d’uscita meno dolorose e impegnative.

Tutto quello che non ti ho detto

In questa storia mi viene da chiedermi perché le conversazioni languono, perché tantissime volte ho atteso invano una risposta. Non posso nascondere la frustrazione per quelle conversazioni interrotte a metà, senza un vero perché, senza che si sia detto nulla in grado di destabilizzare l’altra persona. Perché abbiamo smesso di parlare? Perché ci hanno insegnato che il “double-text” (mandare un secondo messaggio senza aver ricevuto risposta al primo) è la cosa peggiore del mondo? Perché se una persona prova davvero a creare un legame con noi, dobbiamo spaventarci ed etichettarla come disperata? A cosa servono i match se nel giro di poche ore la conversazione non andrà da nessuna parte?

Quante cose avrei potuto dirti, caro Match, se mi avessi dato il tempo di parlarti. Come sarebbe stata la vita fuori da un’app? Sarebbe stata davvero così terrificante? Non dico di averle solo subite queste dinamiche; talvolta le ho anche agite.

Le relazioni stanno vivendo un periodo molto poco florido. Tutto quello che oltrepassa lo schermo ormai porta con sé un coefficiente di paura, diffidenza e fatica che spesso ci fa desistere a priori. Perché abbiamo paura di parlarci? Perché, caro Match, non hai voluto stare a sentire tutto quello che avevo da dirti?

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