La disillusione de L’Attacco dei Giganti come specchio del presente

Il finale non è stato un errore

In questi giorni sto letteralmente divorando il manga “L’attacco dei Giganti” (Attack on Titan), opera di Hajime Isayama. L’anime tratto dal manga è stato uno dei maggiori successi della storia dell’animazione giapponese. Addirittura, secondo i dati di Parrot Analytics, L’attacco dei Giganti sarebbe stato lo show più richiesto globalmente tra il 2021 e il 2023 (la metrica di riferimento è la domanda globale, che combina visualizzazioni, ricerca di notizie e attività social collegata al media di riferimento). Capirete bene che, alla luce di questi dati, L’attacco dei giganti non è stato solo una hit televisiva, ma una storia capace di influenzare nel profondo il pubblico e lasciare il segno nell’immaginario collettivo.

Non tutti hanno apprezzato, però, il finale. Una parte del pubblico sostiene che la fine abbia disatteso le premesse portate avanti a lungo da un anime che aveva iniziato la sua narrazione con un codice comunicativo ascrivibile agli shonen classici, salvo poi rivelarsi una storia apocalittica con un focus evidente sulla natura umana. Isayama sembra essersi pentito di come ha gestito la conclusione della sua storia, affermando di essere stato condizionato da un progetto strutturato quando era ancora un autore giovane e immaturo e dal limite di pagine a disposizione per offrire adeguate spiegazioni al pubblico, arrivati ormai all’ultimo albo.

Ma se il finale non fosse frutto di immaturità e “pazzia” giovanile? Ciò che mi pare evidente è che Isayama stia “sottovalutando” la qualità del suo finale e anche sminuendo l’humus culturale circostante che non può non averlo influenzato. Il finale di L’attacco dei giganti è, in definitiva, il risultato inevitabile di un’assenza di fiducia nell’umanità. Il ciclo dell’odio che si ripete non è una scelta insolita di un narratore, ma una convinzione socio-filosofica fortemente radicata in una società che ha perso pilastri e riferimenti superiori.

Salvare il prossimo, distruggendo l’umanità

Eren accetta di distruggere tutto pur di salvare le persone a cui tiene, di trasformarle in eroi per coloro che sarebbero sopravvissuti al massacro finale. Concedere una vita socialmente accettabile agli affetti, a costo di un genocidio. Una mossa che può essere letta sia come decisione egoistica, ma anche come una profonda disillusione. L’uomo continuerà a ripetere gli errori all’infinito; le guerre non scompariranno mai. L’attacco dei giganti segue un filone molto consolidato anche in occidente (che richiama la concezione dell’homo homini lupus) e riscontrabile in storie come The Walking Dead ma anche The Boys. Nell’ambito anime, una serie che perpetra lo stesso filo conduttore è Heavenly Delusion.

Simbolo della società moderna

L’attacco dei giganti però potrebbe essere considerata forse l’opera più influente in questo filone, ma anche quella in cui la sfiducia verso l’umanità scuote in maniera più profonda il lettore, proprio per il brusco cambio di tono fra l’inizio della storia e il suo finale. Eren non è altro che l’uomo moderno, apparentemente disposto a tutto per proteggere gli altri, ma poi irriducibilmente legato a un universo che inizia e finisce col suo orizzonte. Protegge Mikasa e Armin, è vero, ma lo fa con un’intenzione egoistica. Ha il potere di scegliere chi debba salvarsi e chi no ed esercita questa prerogativa a dispetto degli scrupoli. Eren, peraltro, è un antieroe frammentato, un uomo segnato troppo in profondità dai traumi, che forse ha perso troppo per poter pensare di sopravvivere, di ottenere un riscatto in un momento successivo. È la cartina al tornasole di una fatica largamente percepita, della sensazione che gli sforzi non possano davvero portare a un cambio radicale dei nostri tempi, in cui i conflitti rifioriscono e le volontà di pochi sono spesso decisive per la salvezza di interi popoli.

Lascia un commento