GILMORE GIRLS A YEAR IN THE LIFE: AVEVAMO BISOGNO DI QUESTO EPILOGO?

Le aspettative erano altissime per questo sequel così imprevedibile ed inaspettato. La notizia di un’ottava stagione (che poi si è rivelata essere una serie a sé stante) ci aveva messo di buon umore, provocando in noi un’attesa spasmodica di sapere cosa sarebbe successo alla coppia madre-figlia più strampalata, ma anche amata, della televisione.

Penso che i mezzi e gli sforzi siano stati i migliori e Netflix può essere solo lodata per questa serie, che – a prescindere dalle nostre opinioni personali – non può che essere considerata una vera e propria chicca.

In fin dei conti sequel o spin-off ricreati con questa cura e attenzione non me ne vengono in mente. E’ stato praticamente ricontattato l’intero cast per le quattro puntate da novanta minuti che hanno sancito la fine di una storia che ha coinvolto e lasciato un segno in più generazioni. E’ stata chiara anche l’intenzione di rimanere fedeli al passato e di mettere in scena quattro episodi che ci teletrasportassero nuovamente nell’universo ovattato di Stars Hollow e nelle vite “dolcemente complicate” di due donne molto diverse come Lorelai e Rory.

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Devo ammettere, però, che le mie opinioni su questa nuova serie sono piuttosto contrastanti e controverse. Io stesso faccio non poca fatica a mettere ordine alle idee, alle sorprese, alle reazioni avute durante la visione di questi maxiepisodi, che hanno raccontato un intero anno di vita delle protagoniste. Un anno ben distanziato dall’ultimo momento in cui avevamo visto Lorelai e Rory. Un tempo trascorso che, però, non sembra aver portato sconvolgimenti significativi nelle vite delle due donne.

Lorelai trova forse la maturazione finale proprio durante questa ultima serie.

Infatti le incomprensioni con la figlia e la paura di non essersi sufficientemente realizzata nella sua carriera la pongono di fronte a un bivio. Fuggire per rimanere se stessa, per salvare quella se stessa sorridente, sarcastica, a tratti cinica, ma anche romantica donna, dalle mille sfaccettature, che sembra inafferrabile anche per chi le sta più vicino, oppure crescere, diventare una donna nuova. E Lorelai riesce a diventare una donna nuova, matura. Una donna su cui gli altri possono fare affidamento, che forse ha finalmente compreso che il tempo delle battute sopra le righe è finito. E quel tempo ha lasciato spazio ad una nuova se stessa, pronta ad essere ancora più solida; un punto di riferimento per chi le ruota attorno.

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D’altro canto, Rory perde quell’assennatezza che l’aveva sempre contraddistinta, facendola apparire agli occhi del pubblico spesso più saggia della madre. Come se l’effetto caotico scatenatosi con l’abbandono del college, poi comunque ultimato, e la burrascosa relazione con Logan (molto lontano dalla perfezione dei due precedenti fidanzati storici) non fosse terminato affatto. Ed anzi si fosse prolungato oltre ogni previsione. E’ proprio la travagliata storia di una Rory ormai anti-eroina, donna comune ed acerba, malgrado gli anni passati, a dare quel mordente alla serie, che, nelle battute finali, sembra ingranare. Ingranare all’ultimo, lasciandoti quell’amaro in bocca, che ti fa assaporare ogni evento non accaduto, ogni cosa non detta, ogni sviluppo non portato in scena.

Le peripezie di una Rory trentaduenne, che sembra non aver realizzato nulla di ciò che appariva in grado di fare, riescono a catalizzare la mia attenzione e il mio interesse più di ogni altro aspetto della serie. Un piccolo dramma che, agli occhi di chi si appresta ancora a trovare il suo posto nel mondo, non può che creare una forte empatia.

Rory era la prima della classe, quella a cui le cose andavano sempre bene. E, ad un tratto, questa donna dai mille talenti, coccolata e vezzeggiata come un genietto dalle possibilità illimitate, si ritrova a un punto nella vita in cui è anni luce indietro rispetto alle altre persone con cui ha incrociato la strada. Non si è realizzata sentimentalmente come Lane, non si è realizzata a livello lavorativo come Paris, non è riuscita a coltivare un sogno con convinzione come Doyle. Sembra un po’ ancora una bambina. Una bambina che recalcitra, refrattaria all’idea di dover crescere. E solo quando gli spettatori si rendono finalmente conto di tutti i suoi difetti e della sua “delicata” situazione ecco che viene lanciato un salvagente alla complicata, debole e affranta ragazza Gilmore. Scrivere un libro sembra la missione giusta per trasformarla e farla uscire da un tunnel di insuccessi. Scrivere, d’altronde, è la passione di Rory, la quale potrà andare avanti nella vita solo se riuscirà a mettere a frutto le proprie doti nell’impervio percorso che la porterà a inseguire un sogno. Un sogno che raggiungerà soltanto se parlerà di qualcosa che la coinvolge in prima persona. Narrando, dunque, la storia di una madre e di una figlia (e perché no anche di una carismatica nonna) che ha tanti caratteri unici e peculiari. La storia di un affetto unico e non convenzionale, che ha sempre stupito e tolto il fiato a chi ha avuto modo di conoscere lei e la madre.

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Questa vicenda, che io giudico assai più vera del contesto a tratti surreale e a tratti fatato della serie, dove i personaggi si tramutano in pantomime con facilità impressionante e dove i problemi economici vengono sempre magicamente risolti, è la cosa migliore di Gilmore Girls – A year in the life. Questa è la ragione, penso l’unica, per cui si sentiva la necessità di un epilogo. Un epilogo che lascia tanti interrogativi, ma che comunque ci lascia anche qualcosa dentro.

Ciò non toglie che, a conti fatti, questo finale sembra nient’altro che una caduta con stile, dopo i tanti passi falsi di una serie che partiva col favore dei pronostici e ci ha lasciato (almeno parzialmente) con l’amaro in bocca. Abbiamo assistito ad una deriva dei personaggi, dalla perdita di ogni ritegno di Lorelai nei rapporti con la madre, alla perdita di ogni moralità di Rory nella sua vita sentimentale (in una relazione pietosa con un uomo che non ama e amante part-time di un uomo con cui non può costruire nulla di serio), salvo poi avere il nostro lieto fine o almeno avere la sensazione di sfiorarlo. Sfiorarlo nell’ottica di una nuova vita per una Rory madre, che ha finalmente trovato il suo obiettivo da perseguire. E per queste ragioni penso che gli elementi positivi e negativi di questo particolare revival finiscano in fin dei conti per compensarsi. E sì, non mi sento di condannare Netflix o gli autori della serie per ciò che non è andato o per ciò che è stato stravolto nella caratterizzazione delle protagoniste, ma piuttosto mi arrendo a mia volta all’effetto nostalgia e mi tengo ciò che di buono mi ha dato questa serie, descrivendo una realtà forse diversa da quella che ci aspettavamo, ma piena di quei difetti che inevitabilmente le danno anche un tocco in più di realismo.

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