STARTING WITH… THE CROWN

Premessa necessaria: il seguente articolo inaugurerà una rubrica sulle prime impressioni avute nell’approcciarsi a una serie TV. Quella che segue non è dunque una recensione completa e diffusa sulla serie in questione.

In tanti, nel tempo, sono rimasti affascinati da un personaggio, a tratti misterioso, ma sicuramente carismatico, come Elisabetta II di Inghilterra o, per meglio dire, semplicemente la Regina Elisabetta.

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Il fascino della sua figura ha attratto anche i professionisti del cinema e dello spettacolo, basti pensare a The Queen, pellicola del 2006 firmata Stephen Fears; pertanto non c’è da stupirsi che la sua persona sia approdata nel magnifico mondo della serialità televisiva.

The Crown si propone come un prodotto adatto ad un pubblico più vasto rispetto a quello a cui si rivolgono la maggior parte delle serie Netflix. Un pubblico che varia dai più grandi ai più giovani, nell’ottica di fornire una riproduzione dettagliata ed attenta della storia che ha portato Elisabetta II di Inghilterra a imporsi nell’immaginario collettivo e nella cultura popolare come uno dei personaggi più interessanti e influenti delle ultime sei decadi.

Ammetto di avere opinioni conflittuali in relazione alla serie, probabilmente a causa di una preferenza per programmi televisivi con maggiore ritmo e maggiore dinamismo. E, infatti, se posso trovare un difetto a The Crown è la lentezza. Sia ben chiaro: non ci aspettavamo nulla di molto diverso. Ed è ampiamente dimostrato che anche serie TV poco dinamiche ed incentrate sui dialoghi possono coinvolgere gli spettatori e tenerli incollati allo schermo (vedi Young Pope). Tuttavia ritengo che in certi momenti The Crown si perda in un interesse meticoloso per l’ambientazione, per gli atteggiamenti dei personaggi, che, a volte, porta il telespettatore quasi ad annoiarsi.

D’altra parte quest’attenzione meticolosa ai momenti decisivi, ai tratti peculiari dei personaggi anche nella loro mimica, è anche una caratteristica positiva. Infatti gli occhi di Claire Foy, spesso, sono più significativi di lunghi dialoghi.

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Le scelte riguardanti il cast penso siano più che convincenti. Si è già parlato della Foy, ma reputo che sia veramente difficile andare a criticare le performance di qualsiasi altro dei personaggi ricorrenti. E chiaramente anche la controparte maschile della Foy, Matt Smith, non fa certo fatica nell’ottenere consensi, specialmente nel pubblico che lo ha apprezzato in DR. Who.

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Non essendo andato troppo in là con la visione ho la sensazione che la serie abbia comunque un grande potenziale. Un potenziale che si annida nel fascino del segreto, che risulta uno strumento, forse banale, ma sempre affidabile. Catalizzare l’attenzione di uno spettatore curioso di sapere come ci si senta a muoversi nei grandi palazzi, che, da profano, non potrà mai varcare. L’interesse spasmodico nel conoscere i difetti, le abitudini, le follie di chi, in pubblico, riveste una funzione istituzionale e non può che apparire il ritratto della sobrietà.

E io penso che tra i sussurri, gli sguardi e i pettegolezzi di Buckingham Palace, ci sia un ottimo materiale per innescare la miccia in questa serie TV, che, mi auguro, regali sussulti e porti a una grande immedesimazione con i personaggi principali.

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