COLLATERAL BEAUTY: LA SFIDA DI SCOPRIRE LA BELLEZZA COLLATERALE ATTRAVERSO LE TRE ASTRAZIONI ASSOLUTE DELLA VITA

Collateral Beauty è un film drammatico ad alto budget, recentemente uscito nelle sale cinematografiche di tutto il mondo. A parlarne così, in modo asettico, sembrerebbe solo una delle tante pellicole che affollano il mondo cinematografico negli ultimi tempi, delle quali ci scorderemo nell’arco di pochi mesi. E forse sarà così, perché non stiamo parlando di un capolavoro, ma io penso che il film diretto da David Frankel sia, nel suo piccolo – se mi si passa il termine –, un unicum nella storia del cinema. Un film che ci parla di piccole cose (come riferito anche da Edward Norton, star nella pellicola al fianco del protagonista Will Smith) in un modo incredibilmente autentico. La sfida per questo lungometraggio era riuscire a far capire al pubblico cosa fosse e se esistesse davvero questa tanto chiacchierata “bellezza collaterale”. E la sfida era tutto fuorché banale, dato che la trama dell’opera cinematografica si incentra sulla storia di un uomo, ormai clinicamente e cronicamente depresso, estraniatosi dalla realtà, a causa dell’incapacità di elaborare il lutto per la morte della figlia di appena sei anni. E la storia della “rinascita” di questo uomo, incapace di trovare un valido motivo per vivere o per apprezzare la vita, si intreccia alle vicende personali dei suoi colleghi, che vivono drammi che in un modo o in un altro si collegano alle tre “astrazioni” che in maniera assoluta governano le vite degli uomini: il Tempo (di una donna che vorrebbe diventare madre ma che inizia a comprendere di aver aspettato troppo), l’Amore (di un padre che vuole riallacciare i rapporti con la propria figlia) e la Morte (di un uomo che non sa come dire addio ai suoi cari).

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Sono storie semplici, “small things”, che però colpiscono al cuore e allo stomaco lo spettatore. L’autenticità, che viene vista come il punto di forza della sua recitazione da Will Smith (che ha durante le riprese dovuto affrontare la malattia e la morte del padre), si miscela a un pizzico di surrealtà che rendono Collateral Beauty un film capace di far provare emozioni e di lasciare nello spettatore la sensazione di aver visto qualcosa di originale.

E la recitazione è davvero un punto di forza di Collateral Beauty, che sfoggia un cast di vere e proprie stelle, che enumera tra i volti più famosi proprio Will Smith, ma anche una meravigliosa Helen Mirren (superba nel suo ruolo di Morte ma anche di saggia consigliera), Keira Knightley e Kate Winslet.

Il senso profondo, ma non per questo recondito o nascosto, della pellicola risiede nelle già citate “astrazioni”.

«Tutto è collegato: Amore, Tempo, Morte. Questi tre elementi connettono tutti gli esseri umani sulla terra. Desideriamo l’amore, vorremmo avere più tempo e temiamo la morte».

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Queste parole, che Howard pronuncia in apertura del film, quando ancora è un brillante dirigente pubblicitario, sono il filo rosso che lega tutta la narrazione: rappresentano lo spunto per i suoi colleghi per trovare una soluzione al suo malessere, mettono in contatto i personaggi tra di loro e introducono le tre più importanti figure della vicenda, quelli che, a prima impressione, possono sembrare un gruppo alquanto mal assortito di attori squattrinati.

Brigitte (Helen Mirren), che poi ricoprirà il ruolo di “Morte” nella messinscena condotta dai tre colleghi di Howard, Aimee Moore (Keira Knightley) nel ruolo di “Amore”, Raffi (Jacob Latimore) in quello di “Tempo”.

Arriviamo quindi di fronte alla domanda che anche il più distratto degli spettatori si porrà uscendo dalla sala: “ma chi sono davvero questi tre? Sono semplicemente attori, o sono anche altro?”.

E bene, per quanto si debba riconoscere che l’ambiguità e l’effetto a sorpresa siano stati due espedienti parecchio ricercati (e ostentati) dalla regia, con un pizzico di attenzione si intuisce facilmente in quale risposta si celi la verità. Il modo in cui Aimee si manifesta a Whit, collega di Howard, il fortuito “abbinamento ternario”, se cosi possiamo dire, tra il ruolo impersonato da ciascun attore e le vicissitudini personali dei colleghi, la visione/immaginazione dei tre sul ponte nel parco nella scena finale, e la significativa esperienza che coinvolge la moglie del protagonista, Madeleine (Naomie Harris) – legame svelato quasi sul finale –  in un corridoio d’ospedale, a poche ore dalla perdita della figlia, non ci lasciano alcun dubbio.

Le tre astrazioni, da sempre considerate reali da Howard, si “incarnano” e fanno in modo di manifestarsi nella sua vita per vie traverse: compaiono, dapprima, nelle vite dei suoi familiari e amici per poi raggiungerlo in prima persona. Si rendono “credibili” indossando i panni di attori e esseri umani, ciascuno con particolari difetti e caratteristiche (Brigitte fa la star  radical-chic, âgée, ormai lontana dalle scene perché scarsamente apprezzata; Aimee si comporta come una donna  instabile, passionale e impulsiva; Raffi è un irascibile e impaziente teppistello di qualche sobborgo degradato) che, ad un occhio più attento, ben si accordano con i ruoli corrispondenti.

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Tuttavia, è Brigitte colei che, come ci verrà rivelato nel finale, consegna, con il solito espediente della “staffetta” (nei panni di una donna anziana, che parla in una corsia d’ospedale alla moglie di Howard, la quale, anni dopo,  riferirà al marito il prezioso insegnamento non da moglie, ma da conoscente), la chiave del senso della vita al protagonista, ai cui occhi l’intera esistenza è ormai svuotata di significato, ogni nostro sforzo, il nostro impegno quotidiano, è destinato al disfacimento, ad un evento negativo può solo succederne un altro, nell’ottica di una terribile e inarrestabile caduta verso la morte e la distruzione, emblematicamente esemplificata dalla sua mania verso l’effetto a catena delle tessere del domino.

In cosa consiste, dunque, la Bellezza Collaterale che rappresenta, prima ancora del titolo, la vera ossatura del lungometraggio? Una prima risposta ci viene fornita dalla stessa Madeleine, mentre si confida con Howard: «Hai ricevuto un dono. Un profondo contatto con ogni cosa. Tu cercalo. Te l’assicuro, è lì la bellezza collaterale».

In questo punto del film, spiazzati dal dolore del protagonista, queste parole ci appaiono oscure, frasi nate dall’esperienza di chi, forse, ha già elaborato la perdita, e oltremodo inadeguate a lenire anche solo momentaneamente l’animo di Howard.

Diciamola tutta: hanno anche un certo retrogusto new-age, con quel riferimento al contatto dell’uomo con se stesso e con le cose che stanno nel mondo, che può perfino risultare fastidioso in quel contesto.

La bellezza collaterale, quella che, ostinatamente, esiste, sussiste e persiste anche nelle situazioni più spiacevoli della vita, ai margini delle circostanze e al centro delle nostre esistenze, consiste nel contatto, sì, ma nel senso di “legame”, “slancio”, “supporto reciproco”, “interessamento” con e verso chi ci sta intorno. È quel sentimento di “gratuità d’azione”, il “gesto disinteressato”, l’“universalità” dell’amore – valori non nuovi alle grandi religioni del mondo – che il tempo, l’amore e la morte ci insegnano a far nostro.

È il legame speciale dei genitori con i figli, anche quando questi si sentono feriti e incompresi, come nel caso della figlia di Whit. È il dono,  l’opportunità che la vita ti ha concesso, di costruire una famiglia solida, pronta a sostenerti fino al tuo ultimo respiro, come accadrà a Simon. È la possibilità di riscoprirsi madre per coloro che cercano guida e conforto in te, come capirà Claire.

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Tutto questo insieme di valori, riconducibili all’Amore – «Io sono la ragione di ogni cosa! Se riesci ad accettarlo, forse tornerai a vivere» – costituiscono e rappresentano la Bellezza Collaterale.

Articolo redatto in collaborazione con:

Paolo Reitano

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