Operazione recupero: ho visto la prima stagione di Grey’s Anatomy

Tante volte ci ritroviamo a guardare un episodio per caso di una serie, magari cominciata anni e anni or sono, oppure magari addirittura già terminata. E da quel singolo episodio o da quello spezzone, ci ritroviamo a decidere di recuperare la serie, o quanto meno di darle un’occasione e vedere se riesce davvero a convincerci o meno. Spesso ignoriamo delle serie senza un vero motivo, forse semplicemente perché non siamo mai riusciti a trovare loro un angolino di tempo in cui piazzarle, in mezzo a tutte le altre che stavamo già seguendo

Nel caso specifico ho deciso di spolverare la prima stagione di Grey’s Anatomy per una semplice ragione. Sempre più spesso mi imbatto in articoli del web in cui si stilano classifiche dei personaggi o dei momenti delle serie TV e Grey’s Anatomy risulta quasi sempre citata. Chiaramente ero a conoscenza di tutto l’affetto che ha riscosso e continua a riscuotere questa serie, già arrivata alla tredicesima stagione, pertanto ho deciso di buttarmi e vedere fin dove sarei arrivato nell’approcciarmi a questo TV Show.

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Premettendo che vedo assai difficile recuperare in tempi “umani” la serie e rimettermi in pari, dati i quasi trecento episodi trasmessi, ho deciso di occuparmi, per intanto, della prima serie di questo medical-drama, creato dalla “machiavellica” Shonda Rhimes.

La prima serie scorre via che è una bellezza. Soltanto nove episodi (decisamente meno dei ventisette della seconda) da circa quaranta minuti.

La trama è misera e gli episodi sono stati facili da seguire (requisito ormai scomparso nelle nuove serie tv, i cui pilot spesso richiedono sforzi di applicazione sovrumani). Ma ciononostante la serie è risultata divertente e interessante. D’altronde, a volte, c’è anche bisogno di un programma televisivo per svagarsi e non necessariamente per concentrarsi e iniziare a spremersi le meningi. Ritengo, però, visto il successo avuto dalla serie che le successive stagioni abbiano sicuramente apportato una maturazione al programma.

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Nota di colore nel commento a questa stagione è il fatto che gli episodi sembrino seguire sempre lo stesso formato: vicissitudini romantiche dei protagonisti, casi medici assurdi, un decesso, colpo di scena finale, commenti saggi della protagonista sulla vita. Sentire Meredith Grey doppiata da Giuppy Izzo, doppiatrice di Lorelai in Gilmore Girls, poi dà tutto un altro sapore ai sermoni esistenziali della avvenente specializzanda.

La storia d’amore tra Meredith e il dottor Shepherd è possibilmente il leit motiv della serie e la loro relazione prosegue in modo frenetico, spesso senza darci il tempo di farci capire perché i due facciano quello che fanno e perché cambino idea da un momento all’altro, forse trainati più dall’attrazione fisica che da un senso di innamoramento. Ma questo idillio, sul finale, viene sconvolto dall’arrivo di questa virago di Addison Montgomery, che si scoprirà essere la moglie di Derek Shepherd, cosa che stravolge le carte in tavola per Meredith e il bel dottore.

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E in conclusione che dire? Che inizio a comprendere perché tante persone, madri e figlie, e non solo, abbiano seguito la serie e permesso alla stessa di prosperare, dal momento che Grey’s Anatomy, dietro alle scene di operazioni rischiose (che io definirei truculente), riesce a produrre un programma di puro intrattenimento, capace di ammaliare una vasta fetta di pubblico.

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