Le prime cinque stagioni di Once Upon a Time: tutto quello che non ha funzionato

Ho visto le prime cinque stagioni di questa serie, tanto chiacchierata sul web, e devo dire di non esserne rimasto soddisfatto. Le aspettative erano molto elevate, dal momento che in ogni dove vi era una citazione o un riferimento a questa serie, che, d’altra parte, ha tanti aspetti innovativi e che propone sul teleschermo un’idea potenzialmente brillante com’è quella di riadattare e modernizzare le favole più amate. Immaginare gli eroi delle fiabe più famose interagire in un mondo più moderno, nel nostro mondo, è di per sé una potenziale miniera d’oro, dato che nessuno potrebbe mai dirsi indifferente rispetto a quello che è il soggetto della serie. E il potenziale è effettivamente molto alto. Anche la realizzazione, pur non avendo un budget da colossal cinematografico, non è così pessima da compromettere il prodotto. Sono altre, infatti, le ragioni per cui ritengo che la serie non funzioni, o, per meglio dire, non funzioni a dovere.

Innanzi tutto i personaggi non sono convincenti e interessanti come lo sono molti personaggi protagonisti delle serie di maggior successo degli ultimi anni. Tremotino, Regina, Belle, Biancaneve e David. Sono loro cinque i personaggi “fissi”, nonché principali, delle stagioni della serie ideata da Kitsis e Horowitz. E a tutti loro manca qualcosa per fare breccia nel cuore del pubblico, per stabilire un contatto e una connessione veramente forte. Sembra che non ci sia storia o aneddoto legato a loro utile a trasformare uno di questi personaggi in un vero punto di forza della serie. Forse l’unico personaggio a funzionare davvero è quello di Emma, la protagonista. La figlia di Biancaneve, interpretata da Jennifer Morrison, riesce ad essere una figura interessante e realistica. In lei si miscelano luce e ombre, forza ed esitazioni. È un giusto compromesso fra il tipico eroe fiabesco e l’eroe moderno succube di una realtà più frammentata, con minore fiducia nella provvidenza.

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Un’altra delle lacune principali della serie è presto detta: la carenza di oscurità. Si centellinano le morti dei personaggi e quando avvengono delle morti – anche di personaggi importanti e apprezzati – non vengono trattate con la dovuta enfasi da una regia che si rivela troppo spesso monocorde. Persino Tremotino, nel suo essere spietato e senza scrupoli, non riesce ad assumere il ruolo di antagonista spietato. Anzi, finiamo sempre per essere sicuri che alla fine non farà mai del male ai nostri eroi. Manca, è mancato, e continua a mancare un personaggio oscuro degno di questo nome. Qualcuno che ci tenga in fibrillazione e che, per contrasto, dia credibilità alla frustrazione degli eroi e al loro combattere per una via di salvezza.

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E, se non bastasse questo pur evidente difetto, se ne riscontra abbastanza facilmente un altro: la ripetitività. Quante volte abbiamo visto la stessa storia ripetersi? Regina che combatte il suo lato malvagio, oppure Belle che cerca di cambiare invano Tremotino. Una quantità infinita di volte… E non mi spiego perché gli showrunners si aspettino che il pubblico debba assistere agli stessi eventi, ripetuti più e più volte, con la stessa trepidazione e coinvolgimento delle prime volte.

Alla luce di queste considerazioni mi ritrovo a non sapere se effettivamente riuscirò a continuare a guardare la serie e a guardare, quindi, anche l’ultima stagione rilasciata. Ciò che posso dire al riguardo di Once Upon a Time, però, è che certamente si è sprecato un potenziale molto importante con questa serie, che, tutt’ora, non riesco a identificare né come un prodotto per bambini né come un prodotto per adulti.

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