Scalare l’Everest letterario di George R.R. Martin: recensione della saga delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (sinora)

Ho impiegato circa tre anni (inframmezzando chiaramente altre letture e numerose altre attività), ma finalmente sono giunto alla fine. Ho letto tutte e cinque le raccolte – chiamarli libri sarebbe paradossale – della saga da cui hanno tratto ispirazione Benioff e Weiss per creare la serie HBO (Game of Thrones) che tanto ha impressionato gli appassionati della saga (e non).

Mi sono deciso a spendere qualche parola su queste mie (sudate) letture, dal momento che sto vivendo il Blog come un modo per comunicare, affrontando le più disparate specie di cultura che influenzano più o meno direttamente la mia vita.

Come tante volte mi è capitato, ho conosciuto l’opera letteraria dopo aver conosciuto l’adattamento televisivo. La curiosità scaturita da una serie che così tanto mi ha appassionato era troppa per ignorare la possibilità di approfondire le storie dei Sette Regni e dei personaggi che tanto mi avevano colpito.

Vorrei partire da un giudizio sintetico per poi estendere la valutazione, affermando la mia predilezione per la serie televisiva a dispetto delle raccolte letterarie.

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Se, infatti, la serie è stata criticata per eccessiva prolissità o piattezza (critiche da me ritenute infondate), sicuramente i colossali libri di Martin sono l’emblema di una narrazione prolissa. L’autore descrive in ogni particolare l’universo che ha creato e questo è un pregio, ma non va mai incontro al suo lettore, ponendosi in una posizione arrogante. Sa di avere oro tra le mani, con personaggi seducenti, storie piene di sfumature e tanto sangue e sesso pronti a fare da miccia per scatenare l’interesse. E, forte di queste armi a suo favore, ha deciso di scrivere tantissimo, anche per puro piacere di approfondire questo o quell’aspetto della storia, a discapito di quello che dovrebbe essere un obiettivo sempre presente per un autore: mantenere vivo l’interesse del suo lettore. L’ultima raccolta, il libro quinto delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, è esemplificativo di questo assunto, dato che in quasi 1100 pagine Martin riesce a paralizzare il ritmo e le emozioni in due delle storyline principali (quelle legate ad Arya e Daenerys), che sembrano accartocciarsi su se stesse senza una vera ragione, e riesce altresì a non dare spazio a personaggi e vicende che ci avevano lasciato col fiato sospeso (Sam a Vecchia Città, Lady Stoneheart e Brienne, Sansa e Petyr nella Valle).

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La decisione di introdurre (ancora) nuovi personaggi e aggiungere filoni narrativi è un chiaro espediente per allungare la storia e, d’altro canto, Martin è sicuramente consapevole del fatto che i suoi fedeli lettori, qualunque cosa accada, continueranno a leggere la saga fino a quando non sapranno l’epilogo delle storie dei personaggi che hanno amato sin dall’inizio.

La problematica sta, però, in un ritmo che, a volte, rallenta fino all’inverosimile, dando sfogo e spazio a un interesse spasmodico e voyeuristico dell’autore per ogni sperduto angolo del suo universo letterario.

D’altra parte è comunque da apprezzare la coerenza e l’attenzione con cui una simile mastodontica opera riesca a non cadere in buchi di logica (pregio favorito presumibilmente dal fatto che tutti i personaggi possono compiere qualsiasi azione perché non esistono né buoni né cattivi). got

E vanno certamente individuati come elementi positivi i momenti narrativi in cui Martin ripercorre la storia antecedente ai fatti narrati nei libri, creando allora sì, un grande interesse e una grande compartecipazione del lettore, che si sforza di dare ordine alle sue idee, ricercando come uno storico o un politologo le ragioni per cui gli eventi di Westeros si dipanano in un modo piuttosto che in un altro.

A ciò va aggiunto che, seppur leggendo le opere da una traduzione, si può chiaramente distinguere una netta evoluzione nello stile letterario di Martin, che, con l’avanzare delle pagine e delle raccolte, riesce a dare un senso e un’eleganza anche a quelle parti che, inizialmente, di valore letterario avevano ben poco e risultavano solo lungaggini del tutto odiose al lettore interessato alle vicende.

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