La dodicesima stagione di Criminal Minds: una serie che invecchia bene

Dopo aver visto la nona stagione ero già pronto a portare i fiori sulla lapide della serie CBS dedicata alla caccia ai più feroci e terribili serial killer degli States. Eppure, la serie di Jeff Davis è riuscita a rimettersi in carreggiata, a recuperare il suo stile unico, che la differenzia dagli altri polizieschi televisivi, per la maggiore attenzione all’aspetto psicologico e per tutte le nozioni criminologiche sciorinate durante le puntate. È riuscita a restare in piedi, a dispetto degli abbandoni al cast, della spinosa vicenda legata a Thomas Gibson (cacciato dopo aver messo le mani addosso agli sceneggiatori) e alla difficoltà di tenere incollati allo schermo i fan, anno dopo anno, senza pausa e senza possibilità di introdurre significative innovazioni al format dello show.

La dodicesima stagione è stata sorprendente. Mi aspettavo un disastro, alla luce delle due aggiunte repentine per sostituire i protagonisti di lunga data, Hotch (Thomas Gibson) e Morgan (Shemar Moore), e di un ritorno imprevedibile per Paget Brewster, che non sapevo se avrebbe retto lo show nel ruolo di leader della squadra di investigazione. Eppure c’è riuscita e sono felice di ricredermi, dal momento, oltretutto, che ho sempre apprezzato particolarmente sia la Brewster sia il personaggio che interpreta. L’agente Prentiss è un personaggio con le palle, per utilizzare il peggior cliché possibile da affibiare a un personaggio femminile, ma che, comunque, in qualche modo rende l’idea.
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La serie ha ruotato attorno alla caccia a Sfregio e all’arresto di Reid, che è stato incastrato ed è finito in una prigione, dove ogni legge o diritto sembra essere scomparso. Spero davvero che nelle serie americane il dipinto che si dà delle prigioni sia davvero tanto fantasioso, altrimenti ci sarebbero davvero numerose beghe relative al rispetto dei diritti civili.

Tutta questa storia, però, ha subito una netta svolta, sul finire della stagione, con la rivelazione che il misterioso e diabolico piano che ha portato all’arresto di Reid è stato in realtà pianificato da… Cat Adams, il sicario fatto arrestare dallo stesso Reid nella precedente stagione. E il piano è stato realizzato con l’aiuto di una ex vittima di rapimento, Lindsey Vaughn, che si scopre essere diventata un’assassina per il Cartello Messicano, oltreché l’amante della stessa Cat Adams. Un colpo di scena che, solo a descriverlo, sembra un po’ tirato per i capelli, ma che ha avuto una realizzazione dignitosa e ha permesso di posticipare la storyline legata a Sfregio. Inoltre Aubrey Plaza, l’interprete di Cat Adams, è un’attrice incredibile, un magnete per il pubblico e una vera e propria bomba nel ruolo di psicopatica.

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Nel complesso si può comunque evidenziare come la storyline di Reid in carcere abbia funzionato e abbia garantito alla storia un fil rouge, in grado di mantenere vivo l’interesse, in una stagione che ha regalato anche dei momenti adrenalinici degni di nota.

Sono varie, dunque, le ragioni per cui poter dire che la serie è invecchiata bene e che, con ogni probabilità, continuerò a seguire ancora la serie.

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