Recensione de “La Luce sugli Oceani”

Ci sono quei film ai quali non ti interessi particolarmente, vedi il trailer e non ti senti smuovere dentro, e, nonostante questo, magari mesi dopo, col biglietto ridotto, vai a vederli al cinema. E questo è quello che mi è successo con “La Luce sugli Oceani” di Derek Cianfrance, film del 2016 tratto dall’omonimo romanzo di M. L. Stedman.

La pellicola narra le vicende di un uomo, reduce dalla prima guerra mondiale, che assume l’incarico di guardiano del faro presso l’isola di Janus, in Australia, posto in cui lo raggiungerà Isabel, donna di cui si innamora e con la quale porta avanti un tenero e romantico scambio epistolare fino al momento di convolare a giuste nozze. La loro convivenza sull’isola sarà segnata da eventi assai spiacevoli (due aborti spontanei di Isabel) che porteranno la donna a convincere il marito a tenere con sé una neonata, giunta dal mare su una piccola imbarcazione assieme al padre già morto.

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I due scopriranno la storia della bambina e si imbatteranno nella madre naturale, cosa che porterà i due coniugi a confrontarsi con il peso della loro decisione e con il terrore di perdere la bambina che, nel frattempo, avrà cominciato a considerarli i propri genitori.

Il film, che ha avuto un’accoglienza della critica tiepida, in quanto a riconoscimenti, ai miei occhi è parso particolarmente positivo. Non un capolavoro, ma un film solido, in cui la regia ha deciso di andare sul sicuro, di non osare. Cercare di adattare il romanzo e tutte le vicende in esso contenute, a prescindere da quell’esigenza derivante dal tempo cinematografico che avrebbe richiesto una rivisitazione di alcuni avvenimenti e un differente ritmo narrativo. Si è scelto di provare a far entrare lo spettatore in questa vicenda, senza strafare in quanto a espedienti registici o a performance drammatiche, facendosi forti di quello che era il tema tragico della storia, che non poteva assolutamente lasciare il pubblico indifferente.

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Cosa avremmo fatto noi dopo due aborti? Cosa avremmo fatto per colmare il nostro desiderio di genitorialità? E soprattutto con quale forza ci saremmo separati da colei che era, a tutti gli effetti, diventata nostra figlia?

La storia che portava in scena questo dramma, che io definirei “classico”, per il legame con gli affetti primordiali e i desideri ancestrali degli individui, di realizzarsi tramite la procreazione e la costruzione una famiglia, appare lineare e facile da seguire. Caratteri che nella cinematografia moderna sembrano quasi essere divenuti deprecabili e vergognosi, ma che io amo particolarmente. Mi piace quando i registi hanno l’umiltà di lasciare spazio alla storia, di mettere la storia al centro del loro progetto e di accantonare i propri voli pindarici, frutti di un estro spesse volte eccentrico.

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In “La Luce sugli Oceani” non ci sono messaggi, non ci sono riflessioni, al di fuori di quello che è il tema principale. Eppure la storia è talmente straziante che riesce a commuovere, sfruttando alcuni archetipi che non possono non toccarci dentro. I temi della separazione, dell’amore, della disposizione al sacrificio, sono solo alcuni dei pilastri su cui si fonda questa storia, che giunge ad una conclusione, forse prevedibile, ma sicuramente emozionante, che ci fa capire quanto si possa amare e quanto si possa sbagliare per lo stesso desiderio di amare.

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