Recensione Venuto al Mondo (libro) di Margaret Mazzantini

La sfida di quest’estate, a quanto pare, era andare a scovare le radici di alcuni film che mi avevano particolarmente colpito, indagare meglio e più approfonditamente le storie che avevano ispirato i lavori cinematografici da me in precedenza apprezzati.

E, quindi, la decisione sulla mia seconda lettura estiva è ricaduta su Venuto al Mondo di Margaret Mazzantini, scrittrice che ho conosciuto in precedenza e amato per lo stile graffiante, pieno di immagini, ma anche dominato da quella che io definirei una poetica concretezza. Le metafore, le similitudini, gli orpelli, le descrizioni nella Mazzantini non sono ghirigoro barocco, non sono uno strafare letterario, ma sono semplicemente uno strumento per essere ancora più diretti. L’autrice, anche in Venuto al Mondo, non devia dalla narrazione, dalla storia, con il suo stile così emozionante e frenetico, ma riesce a colpire “con furia” il cuore del lettore, che non può assolutamente restare indifferente di fronte a quelli che sono i due temi principali del romanzo. Da una parte il dramma dell’infertilità di una donna follemente innamorata, dall’altra la tragedia della guerra di Bosnia degli anni novanta.

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La storia, di per sé, anche se narrata in modo piatto, apparirebbe comunque straziante, travolgente, commovente. Una storia che non lascia mai respiro al lettore per sentirsi protetto, per sentirsi libero, per fluttuare nelle delicate nuvole dell’immaginazione e della fantasia. L’autrice non vuole trasportarci in un mondo fantastico né letterario, vuole descrivere una vicenda in modo puntuale, con un ritmo narrativo che spesso sfocia nel concitato. E, malgrado ciò, riesce a descrivere una storia in un modo assolutamente emozionante, facendoci immedesimare nell’esperienza drammatica dei suoi vividi protagonisti, pieni di difetti e pieni di errori (come sempre nelle sue opere). Personaggi in cerca di una felicità che cercano di raggiungere a tentoni e che, in fondo, non raggiungono mai davvero.

Venuto al Mondo è un’opera matura, frutto di un’approfondita ricerca e analisi di quello che era il contesto socio-politico di Sarajevo e di tutta la Bosnia nel periodo narrato. Il tema della guerra fa da sfondo o, forse sarebbe meglio dire, fa da filo rosso che riunifica e collega una serie di messaggi sulla vita, che possono essere colti da una lettura appassionata.

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Tra le righe si legge una critica alla superficialità degli occidentali, incapaci di provare empatia per le cose più gravi, ma si legge anche una sorta di filosofia amorosa, che fa emergere tutti gli individui come bandiere folli, scosse dalle sensazioni e dall’innamoramento. Bandiere che sventolano in modo convulso, sperando che da quel movimento folle possano trarne un beneficio, trarne un passo avanti verso la felicità e la realizzazione, verso un punto di equilibrio che non si avrà mai.

La vita tratteggiata dalla sapiente penna della Mazzantini è una sensazione dolceamara, è un gusto follemente buono ma anche tragicamente disgustoso che si confonde nel palato di chiunque esista. Non c’è nessuna possibilità di assaggiare solo il buono, di sentirsi mai veramente completi. È un gioco di rinunce, che è il meccanismo primigenio che dà moto a tutti i personaggi da lei ideati.

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