Recensione de “Il Gioco dell’Angelo” – Carlos Ruiz Zafòn

Dopo molti anni dal momento in cui lessi L’Ombra del Vento, su suggerimento di un’amica mi cimento nella lettura di un’altra opera di Zafòn, autore da me particolarmente amato, per la sapiente penna, esempio impeccabile di equilibrio, misura ed eleganza.

La penna dell’autore – da me appena decantata – produce un altro thriller dai toni foschi, in cui regna un’aura magica che ricopre come un velo sottile le vicende di una Barcellona gotica e piena di ambivalenze.

La storia del secondo libro della saga dedicata al Cimitero dei Libri Dimenticati, è un romanzo forse meno solido del precedente – anche se c’è da dire che L’Ombra del Vento è probabilmente un capolavoro e un apice che uno scrittore può raggiungere una sola volta nella carriera – ma che comunque sa farsi apprezzare.

zafon

Si apprezza la capacità di Zafòn di scrivere e raccontare una vita, oltreché una storia. Ed infatti il thriller in questione, per certi versi, può essere anche visto come un romanzo di formazione per gli scrittori in erba. Riesce a portare alla mente tanti pensieri e sensazioni familiari a coloro che amano le arti della scrittura, a coloro che sognano di creare mondi immaginari, che diventano reali grazie a un sacrificio.

La figura, l’immagine centrale del romanzo, infatti, è questa: un libro vive perché lo scrittore dà la sua anima alla sua opera e pertanto le bugie in essa contenute non saranno mai davvero soltanto menzogne, creazioni fantasiose, ma, per l’appunto, saranno frammenti di un’anima.

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E intorno alla maturazione e alle peripezie di un infelice protagonista, di nome David Martìn, si dipana un mistero molto complesso, che, solo in un’ultima battuta, risulta essere più lineare di quanto avremmo mai immaginato (anche se la figura di Andreas Corelli rimane avvolta nella nebbia dettata da quel pizzico di soprannaturale che l’autore non riesce ad eliminare dalle sue trame per il resto molto realistiche).

Va menzionata la grande capacità dell’autore di creare personaggi e immagini brillanti, grazie al suo stile meravigliosamente misurato, che rivela tutte le abilità di un paroliere con pochi uguali, capace di inventare mondi semplicemente accostando pochi sintagmi.

Le pecche dell’opera, se di pecche si può parlare, a mio avviso, risiedono nell’eccessiva lunghezza di una parte introduttiva, che, di fatto, fa apparire l’oggetto centrale della trama – il mistero tipico dei suoi thriller atipici, se mi si consente dirlo – soltanto dopo molti capitoli. E, in ultima analisi, non reputo vincente la decisione di seminare nelle ultime pagine di un quantitativo spropositato di morti. Non so se la scelta sia stata fatta per dare un sussulto finale a una trama che magari si era basata sull’ingegno del protagonista e sui sentimenti dei vari personaggi piuttosto che sulle azioni adrenaliniche che sono cifra stilistica della maggior parte dei thriller, oppure semplicemente perché, nell’ottica dell’autore, era importante ai fini narrativi che sopravvivesse il solo (o quasi) protagonista, fra i personaggi effettivamente descritti durante le vicende.

Ma, in conclusione, non posso che dire che il romanzo è davvero una lettura piacevole, intrigante, frutto di una mente piena di talento e di guizzi e di una mano inimitabile per tecnica, che merita sicuramente un’occasione per tutti gli appassionati del genere thriller, ma anche per coloro che riescono ad apprezzare le storie di vita arricchite da un pizzico di magia.

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