Il mio viaggio tra le “Cime Tempestose” di Emily Bronte

Tra le mie letture estive decido di dedicarmi a un classico, spinto dal costante ritrovarmi, nell’ultimo periodo, davanti a riferimenti e citazioni della suddetta opera, che non è altro che “Cime Tempestose” (in lingua originale “Wuthering Heights”) di Emily Bronte.

L’opera ha lasciato un’impronta profonda nell’immaginario collettivo e nella mente di numerosi artisti, che si sono sentiti ispirati dalla vicenda di Heatcliff e Catherine e di una grande e tetra casa sperduta nella brughiera inglese.

Senza sapere cosa dovessi aspettarmi, mi sono sentito confuso durante la quasi totalità della lettura, che, tuttavia, mi ha assorbito e mi ha portato ad addentrarmi nella storia con progressiva e crescente curiosità e interesse. E devo ammettere che la confusione, per certi versi, è rimasta. Non nego di concordare con quanti definiscono il romanzo un capolavoro, ma ammetto che mi viene difficile spiegare le ragioni a sostegno di questo assunto.

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Innanzi tutto è difficile dare una definizione, un’etichetta a Cime Tempestose. È sicuramente un romanzo, può con ogni probabilità rientrare nell’alveo dei romanzi gotici, ma, al di là di ciò, non saprei che altri caratteri possano servire a dare ulteriore connotazione terminologica all’opera della Bronte. Mi spingo a dire, a dispetto di tutte le quarte di copertina e di tutti i sunti, che Cime Tempestose non è un romanzo d’amore. Il punto focale della storia, a mio modo di vedere, è l’elemento tragico. E l’opera, paragonata da Dante Gabriel Rossetti al “Re Lear”, a tratti appare davvero come una tragedia, in cui a farla da padrone è il senso di teatralità che permea una vicenda all’apparenza poco credibile (tant’è che fu aspramente criticata al momento della sua prima accoglienza).

La mia testa ha costantemente prodotto immagini di una ideale trasposizione teatrale del romanzo, mirabilmente capace di avvincere qualsiasi lettore in una storia che, se fosse priva del sapiente e misurato stile della Bronte, forse, non sarebbe valsa uno scellino, per dirla in parole povere.

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Eppure le atmosfere, i discorsi diretti, il personaggio di Heatcliff (che è forse l’oggetto della storia su cui l’autrice si è maggiormente soffermata), il riecheggiare di uno stile tragico immortale nel tempo rendono “Cime Tempestose” un romanzo unico e accattivante, in grado, come pochi altri libri, di trasportare il lettore in un’epoca dove il tempo si ferma. Un’epoca in cui vivono demoni, ombre e tutti i piccoli difetti della natura umana, che rimangono attuali in qualsiasi contesto storico, permettendo a chiunque di immergersi nell’opera senza sentire un distacco dalla propria realtà e dal proprio modo di immaginare le cose.

5 pensieri riguardo “Il mio viaggio tra le “Cime Tempestose” di Emily Bronte

      1. Ti dico che in un paio d’anni ho cambiato completamente gusti di lettura e quindi non sarebbe da escludere che potrebbe anche piacermi adesso. Ho ancora il libro da qualche parte in libreria. Chissà, magari un giorno lo riprendo e poi ti saprò dire la mia recente opinione!

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      2. Capita spesso anche a me di cambiare gusti. Ormai sono dell’opinione che, se inizio qualcosa, e non mi fa proprio schifo, vado fino in fondo. Ahah 😉 Uno dei libri che ho accantonato per esempio fu Cinquanta sfumature che mi venne regalato diversi anni fa da amici con un senso goliardico. Ero spinto dal boom, salvo ritrovarmi disgustato dalla lettura.

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