Recensione di “Dopo Di Te” di Jojo Moyes

“Io prima di te” è un romanzo balzato al clamore della cronaca contestualmente all’uscita del film omonimo (tratto dal romanzo della Moyes) con protagonisti Sam Caflin ed Emilia Clarke nel 2016.

In molti non sanno, però, che l’opera da cui è stato tratto il romanzo ha un seguito, che prende il nome di “Dopo di te” e si pone proprio l’obiettivo di raccontare le vicende della simpatica e goffa Louisa Clark dopo la morte di Will Traynor. Lei, provincialotta, intimidita dalla vita, si è vista stravolgere l’esistenza dall’amore che la lega all’uomo di cui si prende cura, un uomo d’affari rimasto tetraplegico a seguito di un incidente.

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Will aveva visto in lei la scintilla per cambiare la sua vita e diventare molto di più di un’assistente, rinchiusa nella vita monotona della piccola Stortfold.

Ma Louisa, ereditiera anche di un discreto gruzzolo lasciatole da Will, riuscirà a cambiare la sua vita e diventare qualcosa di più? Riuscirà a vivere, malgrado l’assenza dell’uomo di cui si era disperatamente innamorata? È quello che i lettori del sequel sperano di scoprire.

Mi sono approcciato alla lettura di questo secondo romanzo della Moyes con poche aspettative, dal momento che trovavo, a prima battuta, difficile costruire una nuova storia attorno alla Clark che potesse risultare interessante e attraente come lo era stata la precedente. E, in effetti, “Dopo di te” non è un capolavoro e non è nemmeno un romanzo all’altezza del precedente. Se, infatti, in “Io prima di te” c’erano tantissime tematiche che davano uno spessore significativo al romanzo, in “Dopo di te” l’atmosfera è quella di una commedia cinematografica anni ’90.

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Si abbandona la pesantezza delle riflessioni sull’eutanasia, sulla reazione socio-antropologica al fenomeno e sulle difficoltà di vivere oppressi dalle chiacchiere di paese (e non solo), per concentrarci maggiormente sul nostro protagonista. La ventottenne Louisa Clark, che vive una serie di peripezie (tra cui l’incontro con la figlia illegittima di Will che vivrà una serie di disavventure clamorose che rievocheranno il dramma adolescenziale di Louisa) e di sconvolgimenti emotivi, prova – senza riuscirci – a crescere e finisce impantanata in una vita tragicomica che sembra peggiorare in un modo quasi fantozziano.

All’apparenza la storia non ha alcun appeal e la narrazione non ha mordente, ma la Moyes è una scrittrice dotata, se non altro nel confezionare un romanzo leggero, ben costruito (anche se poco interessante), che sa, infine, invogliare il lettore a scoprire quale sarà il finale e se si avvererà l’attesissimo lieto fine per lei, la figlia di Will (Lily), la sua famiglia e quella di Will.

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Il lieto fine, infine, si realizza ed è un finale dal sapore dolce, che vuole esprimere l’incondizionata fiducia dell’autrice sulla vita e sulle possibilità che ha una donna consapevole dei suoi mezzi e determinata a non arrendersi.

In ultima analisi ciò che tiene in piedi il romanzo e permette al lettore di farsene un’idea più positiva che negativa è la protagonista, che si distingue dalla maggior parte degli stereotipi femminili che affollano la letteratura degli ultimissimi anni. Louisa non è una protagonista “cretina”, se mi passate il termine, malgrado alcuni discorsi sulla paura di soffrire potrebbero farci ricredere, ed è questo il motivo per cui decidiamo di scoprire cosa ne sarà di lei.

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