Il Mestiere Di Vivere: il mio primo contatto col mondo letterario di Pavese

Dall’anno scorso pensavo di cimentarmi nella lettura di Cesare Pavese, uno dei massimi rappresentanti della letteratura novecentesca italiana, a causa di alcuni riferimenti ritrovati in alcuni articoli o persino in prefazioni/introduzioni ad altri libri. Questo desiderio, corroborato dalla lettura di alcuni suoi stralci, mi ha portato a confrontarmi con “Il Mestiere di Vivere”, diario che Pavese tenne a partire dal 1935 fino all’anno del suicidio, il 1950.

Immaginavo sarebbe stata una lettura impegnativa, ma sono convinto che sia stata anche una lettura interessante e certamente istruttiva. Una lettura che forse può essere apprezzata soltanto da individui con una spiccata sensibilità.

Il diario, a mio modo di vedere, tratta di tre temi principalmente, a cui si aggiungono varie altre annotazioni, frutto di una mente iperattiva e tormentata. E i temi principali sono la letteratura, l’amore, l’autoanalisi.

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Il diario ripercorre le tappe di uno scrittore che impara a conoscere le sue opere e il suo stile, dando menzione di tutti i suoi studi e di come è stato influenzato dalla lettura dei testi classici e delle opere più importanti dei contemporanei.

E in questo percorso di maturazione come artista – anche se il suo desiderio più che quello di diventare un artista è quello di esprimere le sensazioni e i sentimenti che prova, in un costante rapporto di tensione alla conoscenza e alla padronanza del mondo e di tutte le percezioni che ne derivano – egli porta avanti un dialogo con se stesso. Cerca di valutare se stesso nei vari momenti della vita quotidiana. Cerca di conoscere le regole fisse che dominano alcuni comportamenti tipici della società che ha conosciuto e, per estensione, dell’umanità sin dall’inizio della storia.

Ma ciò che più travolge è la tematica amorosa, che, a primo impatto, sembrerebbe soltanto contorno, espressione inevitabile di uno dei tanti sentimenti che un uomo può provare, salvo trasformarsi in un sempre crescente tormento che snatura il poeta e gli dona la forza di compiere il gesto estremo del suicidio (suicidio che è quasi un’aspirazione sin dai primi anni del diario e che viene visto quasi come un atto di forza, un atto eroico).

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È veramente difficile dire qualcosa in merito ad un’opera così complessa, frammentaria, che tocca le corde di chiunque, specialmente di chi – come Pavese – sente l’esigenza di esprimersi e di non lasciare nel proprio foro interno le sensazioni suscitate dai piccoli e grandi momenti di una vita, che non può lasciarti nell’indifferenza. Posso soltanto dire che si tratta di un’opera travolgente, a tratti. Un’opera che stimola la nostra curiosità e ci folgora con alcune espressioni brucianti, che ci portano alla riflessione e che, forse, incrementano il nostro bagaglio di vita.

Vorrei concludere questo post con una citazione (una delle tante che ho sottolineato durante la lettura) che spero possa essere d’aiuto e di stimolo a chi vuole dedicarsi alla scrittura. Un piccolo trucco direttamente da questo poeta che lascerà una traccia significativa nel mio immaginario:

In arte non si deve partire dalla complicazione. Alla complicazione bisogna arrivarci. Non partire dalla favola d’Ulisse simbolica, per stupire; ma partire dall’umile uomo comune e a poco a poco dargli il senso di un Ulisse.

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