Il ritorno di American Horror Story: fa più paura il sangue o la confusione?

È tornata sui teleschermi una serie che seguo da qualche anno (una di quelle per le quali non mi strappo i capelli durante l’attesa per intenderci). Sto parlando dello show targato FX “American Horror Story”, firmata Ryan Murphy (il quale fa anche un omaggio a Glee nella scena della tazza versata addosso alla Paulson ndr.).

Questa settima stagione, che prenderà il nome di “Cult”, chiamata a trattare lo spinoso argomento delle elezioni politiche, parte – a mio modo di vedere – con una puntata sotto le aspettative, in cui i vari intenti di Murphy sembrano fallire uno dopo l’altro.

Innanzi tutto AHS ci ha abituato a stare in trepidazione, ad essere disgustati e alcune volte anche non poco intimoriti dagli eventi disturbanti della serie. Bene, in questo caso, non mi sono sentito assolutamente spaventato, né disgustato. Credo che l’obiettivo fosse uno: parlare della paura e farlo in relazione agli istinti primordiali. Come questo si concilii con la frammentazione e l’abuso dei clown assassini è tutto da spiegare.

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AMERICAN HORROR STORY: CULT — Pictured: Evan Peters as Kai Anderson. CR: Frank Ockenfels/FX

Il secondo obiettivo in cui ha fallito, per quanto mi riguarda, è proprio la costruzione della puntata. Prima l’episodio ci spiazza con una serie di fotogrammi e scene sconnessi, poi inserisce una serie di dialoghi particolarmente significativi (in cui emerge una presa di posizione del creatore sia sulla società moderna che soprattutto sulla politica di Trump) e, infine, inizia a darci, a poco a poco dei riferimenti. Emerge una storia, che è pure banalotta, ovvero quella di una donna assalita dalle fobie, che è l’emblema, appunto, di una storia che vuole trattare della paura nelle sue varie forme. E attorno ad essa si muovono una serie di personaggi enigmatici, che sembrano voler portare avanti un progetto che porti al regno del caos.

All’apparenza non sembrerebbe nemmeno così malvagia la puntata e i suoi fini sono sicuramente apprezzabili, ma la realizzazione non mi ha convinto. Ho trovato davvero la puntata come l’ennesimo esempio di quel voler strafare fine a se stesso. Capisco il voler creare emozioni tratteggiando situazioni piuttosto che storie, ma se lo scopo precipuo di questa irregolarità narrativa non viene raggiunto allora penso davvero che sarebbe bene tornare al vecchio modo di scrivere la televisione…

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Se, a questo, si aggiunge la dose massiccia di violenza calata nella puntata quasi senza criterio o logica, ci appare un prodotto pieno di difetti, incapace di sfruttare l’ansia che dovrebbe suscitare il tema delle paure primordiali, e finisce per ricadere nell’utilizzo di alcuni cliché da film dell’orrore che non ci smuovono più di tanto.

Si tratta, tuttavia, soltanto di alcuni pensieri sparsi ed è ancora troppo poco ciò che abbiamo visto per dare un giudizio. Per il momento non posso che salutarvi, augurandomi che anche questa stagione riesca, a lungo andare, a sorprenderci.

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