La prima stagione di Sense8: fare il botto con poco

Un’altra delle serie a cui mi sono approcciato in ritardo è la serie Netflix firmata “The Wachowskis”. La serie, Sense8 – come anticipato dal titolo -, ha acquistato in pochissimi anni un pubblico enorme, che si è ribellato alla sua cancellazione causata dei costi di produzione eccessivi. Un affetto viscerale da parte del pubblico che ha, infine, portato Netflix a produrre un finale, dopo le due serie già rilasciate.

Incuriosito da questo successo di pubblico mi sono messo davanti alla TV e ho guardato Sense8.

Le mie impressioni sullo show, dedicato a otto persone collegate mentalmente e sul piano sensoriale a causa di una mutazione genetica, sono sinceramente molto contrastanti. E penso, in parole povere, che il successo della serie – almeno a giudicare la prima stagione – sia stato eccessivo.

I difetti riscontrati durante la visione sono stati, infatti, molteplici. Innanzi tutto va ammesso che ci vuole troppo tempo perché la serie contestualizzi ciò che succede e quello che è l’oggetto dello show. Il fine ultimo della storia, la trama, in poche parole. Capiamo che c’è un nemico e la necessità di fuggire da un’organizzazione segreta che vuole sterminare i soggetti “affetti” da questa mutazione soltanto a stagione inoltrata, dopo una serie di puntate dedicate alla presentazione dei personaggi che ci lasciano ben poco a cui appigliarci.

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A questo si aggiunge un finale molto confuso, in cui non si comprende bene come i due protagonisti, intrappolati in una situazione apparentemente senza vie d’uscita, riescano a fuggire. Un finale che ci lascia straniti, dopo averci fatto dare per scontato che i due fossero davvero spacciati.

Le peculiarità della storia e l’originalità dell’universo della serie, secondo il mio modo di vedere, non dovevano limitarsi ad essere elemento di contorno. E, invece, in Sense8 si ribalta ogni regola sulla costruzione narrativa. Le digressioni sono il fulcro, la trama e il filone narrativo principale ottengono rilievo, invece, soltanto quando non c’è nulla di meglio da far vedere…

Sembra emergere una passione morbosa per il fan service da parte della regia, che regala una serie di scene piccanti, nudi integrali, relazioni amorose (che la regia sapeva il web avrebbe “shippato”), creando un prodotto che sembra più la trasposizione in live motion di una fanfiction amatoriale che una storia e un programma televisivo all’altezza di un pubblico maturo, smaliziato e – se vogliamo dirlo – un pelino esigente.

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Ciononostante, Sense8 si rivela una serie che fa bene quello che vuole fare, proponendo uno show molto leggero a forti tinte sexy, che, tuttavia, può essere fruito soltanto come intrattenimento poco impegnativo, come “riempitivo” in un palinsesto denso di serie TV complesse e sicuramente meglio pensate di quella delle Wachowskis.

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