Grigio Metropolitano – 1a parte (Racconto inedito)

Avvertenze: con questo post finalmente mi decido a pubblicare qualcosa di diverso da recensioni o commenti ad opere televisive/letterarie. Da molto tempo avevo “corteggiato” l’idea e finalmente ho deciso di iniziare con quello che – nelle mie idee – dovrebbe essere un racconto a puntate. Spero vi piaccia e vi invito a fare critiche (costruttive ovviamente) per aiutarmi a migliorare 😉

Sfrecciava sulle rotaie il treno. Il suo movimento continuo dava vita a un suono ripetitivo e monocorde, che faceva da sottofondo alle chiacchiere annoiate dei passeggeri. Il vagone era vecchio e malridotto. I sedili di un blu spento, le pareti bianche erano ricoperte di scritte e tappezzate di gomme da masticare ormai secche.  Non c’era nulla di particolare in quel viaggio in metropolitana, nel sottosuolo di una città come un’altra. Solo suoni familiari per la vita urbana. Chiacchiere a mezza voce, gemiti di bambini e il continuo sferragliare dei vagoni sulle rotaie.

Era un giovedì pomeriggio e il sole era da poco tramontato. Fuori era una giornata uggiosa. Ma sotto terra anche le nuvole scomparivano, sebbene il grigiore del cielo – come spesso accade – continuasse ad albergare negli animi dei viaggiatori, oppressi dalle loro giornate affaccendate.

Era quel momento della giornata in cui le madri iniziano a pensare a cosa devono comprare al supermercato, e i ragazzi pensano ai videogiochi o alle prossime interrogazioni. La mente, in quel luogo, in cui non c’è ricezione per gli apparecchi tecnologici, inizia a vagare. Vagare sugli impegni e sui doveri imminenti, sulle occupazioni casalinghe, sulle piccole cose.

Qualsiasi passeggero attento può notare, in questi momenti, le facce della solitudine cittadina. Può scorgere le storie dietro gli occhi degli estranei, che si aggrappano stanchi alle sbarre del vagone o che sprofondano sui sedili, costretti a dedicarsi a null’altro che ai propri pensieri.

Viaggiare nel sottosuolo è un viaggio particolare. Spesso brevissimo, ma incredibilmente intenso. Un semplice tragitto in metropolitana riesce a farti capire tante cose, su te stesso e sulle persone a te vicine. Comprendi chi sono e come sono dal modo in cui ti guardano, dal modo in cui guardano altrove, dal modo in cui attendono la loro fermata.

La metropolitana finisce per essere il luogo in cui le solitudini, sfaccettate e variegate della città, finiscono per venirsi incontro, per incrociarsi per alcuni attimi.

«Che brutta giornata.» sussurrò la donna con le buste di carta appoggiate sulle ginocchia.

La sua vicina, una ragazza robusta, coi capelli biondi e disordinati, si limitò ad alzare gli occhi. Sembrava quasi avesse difficoltà a proferire una di quelle ovvietà a cui siamo costretti quando qualcuno attacca bottone con noi in mezzo alla strada, o in un’altra occasione, in modo del tutto estemporaneo.

La prima, però, non si era rassegnata. Scostò le buste dalle ginocchia, per deporle sul pavimento di linoleum, e riprese a parlare: «Qual è la sua fermata?»

Tra le due vi sarà stata una ventina d’anni di differenza. La donna che aveva parlato si avvicinava al fatidico traguardo dei cinquanta. Era una di quelle donne che verrebbero comunemente definite “ben tenute”; di quelle che di certo non si trascurano e provano ad apparire più belle e giovani di quanto sono realmente. Una donna benestante, senza alcun’ombra di dubbio. Indossava una giacca di pelle con motivi romboidali, una borsa con una griffe riconoscibilissima e un paio di calzature comode, ma anch’esse di alta qualità. La più giovane, invece, appariva trasandata. Aveva addosso una decina di chili di troppo, cosa che, però, non comprometteva il suo fascino. Aveva, infatti, un viso angelico, per quanto paffuto. Due occhi di un azzurro intenso e labbra carnose, che risaltavano sullo sfondo di una pelle pallida come l’avorio. Il suo abbigliamento non era curato né costoso. Aveva un maglione nero con dei brillantini, che, sulla base delle smagliature del tessuto, doveva aver visto tempi migliori e un paio di jeans a vita bassa. Anche i suoi capelli, una massa informe di ciocche biondastre, non valorizzavano la sua bellezza, che pure veniva fuori, evidente per gli occhi più attenti.

«Fra un paio di fermate scendo.» si limitò a rispondere la più giovane, scambiando un rapido sguardo con la donna che le era seduta di fianco.

«Capisco…» continuò l’altra, ravviandosi i capelli ramati in prossimità della fronte. «Oggi sono stata tutto il giorno fuori. Non vedo l’ora di tornare a casa. Questo tempo mi mette proprio di malumore».

Stavolta lo sguardo che le venne rivolto non fu asettico come il precedente. Negli occhi della ragazza c’era un luccichio che poteva essere dovuto tanto al fastidio per gli sproloqui inopportuni quanto all’astio verso ciò che sembrava rappresentare la donna che provava a parlarle.

Non ci sarebbe voluto un genio per comprendere che la donna più matura non fosse altro che una moglie di qualche professionista danaroso, che, a giudicare dalle buste di negozi che teneva accanto a sé, non era certamente uscita per qualche emergenza o per qualche fastidiosa incombenza, ma soltanto per sperperare ai quattro venti i guadagni del coniuge. Era uno stereotipo di donna che la ragazza non riusciva a sopportare. Specialmente non in quel momento, in cui la sua mente era oppressa da pensieri ben più gravi e ingombranti.

Il loro breve scambio di parole veniva seguito con attenzione da un giovane uomo, che stava seduto proprio dirimpetto alle due. Era di altezza media, con folti capelli neri e una barba lunga ma ottimamente curata. Sembrava prossimo ai trenta e non poteva certo dire di non scorgere un certo fascino in quella ragazza scontrosa e un po’ sovrappeso, che aveva, però, due occhi che ti stendevano. Anch’egli provava un’innata antipatia per la signora che berciava dall’alto della noia esistenziale tipica di chi non è abituato da molto tempo a combattere per vivere, giorno per giorno.

Il giovane aveva preso la metro per raggiungere gli studi presso cui lavorava. Era un compositore e da qualche mese collaborava con un’etichetta ben affermata. Forse non era il lavoro dei sogni per qualcuno che voleva in prima persona diventare un’artista da palco, ma certamente non poteva dire di essere deluso dalla piega che aveva intrapreso la sua vita.

Anche se il suo lavoro non era quello di romanziere, e solo raramente finiva per occuparsi anche dei testi, si diceva – fra sé e sé – che aveva indiscutibilmente l’occhio dello scrittore. Amava osservare gli altri, amava osservare le cose. Piccoli frammenti di realtà coi quali andava ad arricchire il proprio bagaglio di esperienza. Tutto, prima o poi, sarebbe potuto essere utile. Qualsiasi cosa, un giorno, avrebbe potuto fornire l’ispirazione giusta per comporre, per creare qualcosa che avrebbe potuto vendere.

Osservava con un’attenzione quasi maniacale le due donne che aveva di fronte. Il modo in cui gesticolavano, il modo in cui si scambiavano gli sguardi, il modo con il quale distoglievano lo sguardo, il modo in cui stavano sedute. E, in fondo, in metropolitana si finiva per non avere meglio da fare, se non osservare.

La sua concentrazione, tuttavia, venne frustrata da una lieve gomitata, ricevuta all’altezza dell’avambraccio. Il colpo lo fece quasi trasalire. Si voltò, allora, notando i movimenti scalmanati di un paio di bambini che condividevano con lui il sedile. Dovevano essere coetanei; avevano l’età per frequentare gli ultimi anni delle elementari. Alla loro destra stava una signora con una giacca a vento e l’aria stanca, quasi certamente la madre di uno dei due. Indossava degli occhiali da sole graduati, che, probabilmente, non le facevano distinguere un fico secco all’interno di quel vagone illuminato da neon tremolanti, che finivano per annebbiare la vista anche di chi non si schermava con lenti solari.

I bambini si spintonavano e ridacchiavano, e il rumore delle loro risa si mescolava all’inconfondibile e sferragliante rumore di rotaie che continuava a riverberarsi nelle orecchie dei passeggeri.

A un tratto, però, i tipici e confortevoli rumori della metropolitana vennero annientati da un fragoroso rombo. Un rumore soverchiante echeggiò per la galleria sotterranea, costringendo a uno sbalordito silenzio persino i due bambini esagitati.

Ci vollero alcuni istanti – in cui dominò il panico – perché tutti i passeggeri capissero, o, per lo meno, immaginassero che doveva esserci stato un crollo. E, proprio mentre il terrore si diffondeva come un vento freddo da cui non ci si può riparare, ecco che il treno inchiodò, con una frenata improvvisa, che fece cadere sul pavimento quasi tutti i passeggeri in piedi, e alcuni di quelli che erano, fino ad allora, comodamente seduti.

Una parte della galleria era crollata. C’erano pochi dubbi al riguardo, purtroppo. Dubbi, oltretutto, immediatamente fugati da una diffusione di polveri, che lambì i finestrini del vagone, opportunamente chiusi.

Nonostante il terribile avvenimento, subito una sensazione di sollievo si diffuse nel corpo dei passeggeri, che iniziavano a comprendere, o, almeno, a farsi un’idea di cosa fosse successo. Se, infatti, era vero che erano rimasti intrappolati nella galleria sotterranea, rimaneva un dato inevitabilmente positivo, che non andava trascurato: si erano salvati. Il treno s’era fermato in tempo e aveva evitato per pochi secondi di finire schiacciato dalle pietre e dal cemento che si era infranto per chissà quale ragione. Una sensazione dolceamara, che stemperava la paura per la catastrofe evitata per un soffio, mentre si prendeva via via consapevolezza che le cose, comunque, non sarebbero state semplici.

Il frastuono era stato tale che era davvero improbabile che il danno al tunnel fosse di poco conto. Ed era quella la ragione per cui il giovane compositore, come molti altri viaggiatori, ormai si era rassegnato all’idea di dover rimanere in quella vecchia ferraglia di treno per molte ore, se non addirittura per un giorno intero. Chissà quanto tempo ci sarebbe voluto perché i soccorsi li tirassero fuori di lì.

In quel frangente, ecco che dalla cabina di guida faceva capolino il conducente. Un omuncolo di mezza età, stempiato, con dei baffoni quasi più grandi di lui e gli occhi castani impauriti quanto quelli dei passeggeri che aveva appena salvato con una tempestiva frenata. «Per quanto possibile… Mantenete la calma.» Ci fu una lunga pausa prima che l’uomo riuscisse a formulare qualche altra parola; e la sua voce sembrò incrinarsi quando ricominciò: «c’è stato un crollo. Davanti a noi… Beh… Ci sono delle macerie. Ma non vi preoccupate. Siamo a una dozzina di metri da esse. Se tutto va bene, ci sarà solo da aspettare i soccorsi».

Aveva quasi farfugliato. Non era un uomo che aveva dovuto parlare molto in vita sua, glielo si leggeva nella tensione delle sue parole, nell’imbarazzo nella sua voce. Era uno di quegli uomini che fanno poche cose e che si abituano alla loro routine. Magari un uomo affidabile e un uomo che sa fare il proprio mestiere, ma nulla di più. Ciononostante il compositore, la ragazza robusta e moltissimi altri passeggeri, in quel momento, gli furono riconoscenti per aver evitato il peggio, fermando il veicolo in tempo.

Quelle tremanti parole, però, avevano avuto il pregio di scolpire con precisione la situazione in cui tutti erano invischiati, e che non si poteva più ignorare, auspicandosi una rapida via d’uscita. Una situazione quanto mai pericolosa e sgradevole, che adesso costringeva i malaugurati passeggeri a una convivenza forzata per un imprecisato periodo di tempo, in cui i loro volti e le loro emozioni sarebbero venuti a galla, senza filtri o barriere.

5 commenti

  1. Sono contenta che hai deciso di intraprendere questa avventura! Devo dirti che hai davvero talento, mi hai tenuta incollata alla lettura dall’inizio alla fine. Sono molto curiosa di leggere il seguito, e di vedere come si evolverà la convivenza dei protagonisti. Chissà se le prime impressioni che i personaggi hanno avuto tra loro verranno confermate oppure smentite. Continua così!

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