Grigio Metropolitano – 2a parte (Racconto inedito)

Grigio Metropolitano – 1a parte (Racconto inedito)

 

«Oh mio Dio, oh mio Dio!»

La donna con le buste degli acquisti si era alzata e aveva incominciato a urlare, in un modo piagnucolante e insopportabile. In preda ad un attacco di panico che era tutto fuorché ciò di cui avevano bisogno coloro che, con lei, condividevano quella spiacevole situazione. Si era addirittura alzata in piedi e sventolava le buste con i suoi nuovi acquisti come fossero una bandiera, come se fosse la Libertà che Guida il Popolo; non fosse altro che le buste delle case di moda non avevano lo stesso portentoso significato patriottico.

Un paio di uomini attempati si erano avvicinati alla signora, nel tentativo di calmarla, mentre la giovane, che le era precedentemente seduta a fianco, si era limitata ad alzare gli occhi, ormai insofferente agli atteggiamenti della donna; atteggiamenti che, di certo, non avrebbe accettato di tollerare a lungo, non in una circostanza tanto spiacevole e imprevedibile come quella in cui erano finiti.

Dai lamenti, però, la signora era presto passata alle lacrime vere e proprie, ormai decisa a conquistare l’attenzione di tutti, come fosse l’unica persona in quel vagone a correre un qualche pericolo.

«Mi chiamo Daniela… Mio marito… Mio marito mi aspetta a casa. Oh… Saranno tutti preoccupati.»

Strepitava, tra un fiotto di lacrime e l’altro, in un modo tanto teatrale, che persino coloro che erano giunti per calmarla si erano allontanati, quasi rassegnati all’idea che la signora non avrebbe sentito ragioni e che probabilmente avrebbe continuato a lagnarsi ininterrottamente fino al momento in cui non l’avrebbero fatta uscire da quel tunnel.

A un tratto, la donna si gettò platealmente all’indietro, lasciandosi cadere nuovamente sul sedile. Il suo volto era pallido e solcato dalle lacrime, copiose e continue, che rigavano la sua pelle non più liscia. Sottili striature di liquido trasparente che attraversavano la sua pelle come i canali irrigano le risaie.

«Signora, cerchi di calmarsi!» sbottò, infine, la giovane con il maglioncino nero. Lei non sembrava avere alcun occhio di riguardo per quel patetico trionfo di emotività. Questo, almeno, fu quello che istintivamente pensò il compositore, tornando a fissare le due donne che aveva di fronte, tanto interessato alle dinamiche instaurate dalle due involontarie compagne di sventura da aver dimenticato l’agitazione e il trambusto emotivo provato per il crollo del tunnel e il pericolo scampato di un soffio.

«Ma come ti permetti… Ma… Ma non hai capito in che guaio siamo? Io… Poi… Io… Sono la signora Daniela Farinetti. Sono una donna importante. Sicuramente… Mio marito sarà preoccupato del fatto che non sia tornata.»

«Signora, le persone importanti non sono le uniche che meritano di essere aiutate. Si ricomponga. La situazione è già difficile senza che lei si metta a fare il verso a Meryl Streep!»

Quella risposta folgorò il giovane uomo, che quasi scoppiò in una risata fragorosa. Non era sicuro che stesse affrontando con maturità quella situazione di pericolo, ma era certo che farsi prendere dal panico non fosse la scelta migliore, specialmente alla luce del fatto che i soccorsi non avrebbero rimosso le macerie e permesso una sicura via di uscita dal treno per molto tempo ancora. Si lasciò, dunque, ammaliare da quel simpatico spettacolino estemporaneo che quelle donne sembravano volergli offrire.

Erano come due lati della stessa medaglia. Due aspetti diversi e inconciliabili dell’essere donna. Forse anche la distanza generazionale poteva essere una ragione buona a spiegare, in parte, la contrapposizione e l’incomunicabilità fra le due, che, quasi per uno scherzo divino, si trovavano così vicine. Vicine e senza la possibilità di allontanarsi, di ricercare il loro spazio di mondo, lontana l’una dall’altra.

Il giovane uomo si ritrovò, senza nemmeno rendersene conto, a immaginare le due nel loro ambiente tipico, a vivere un momento di vita che le rappresentasse appieno. La sua mente fantasticava di questa mitica Daniela Farinetti a una serata di gala, insieme al marito, un uomo insignificante, in giacca e cravatta, con una pelata lucida e il papillon. Un mare di gente impellicciata attorno a loro e la signora Daniela intenta a ingollare un Martini Dry dopo l’altro, mantenendo, tuttavia, un contegno invidiabile e uno sguardo aristocratico.

L’altra donna, la più giovane, era più difficile da decifrare. Immaginare un suo scorcio di vita era più complesso e per ciò stesso sicuramente più intrigante. Con un notevole sforzo di fantasia, infine, il compositore riuscì a raffigurarla a casa, in un appartamento malmesso e disordinato, con le stanze piccole e la carta da parati semi-scollata. Adesso quasi la distingueva con nitidezza mentre ascoltava la musica, in piena solitudine, facendosi la ceretta, durante un pomeriggio invernale che induce la malinconia a cercare conforto nelle note di una qualche portentosa interprete capace di curare ogni dolore con i suoi acuti impeccabili.

Sognava ad occhi aperti, e ci volle un po’ prima che ritornasse alla realtà e si sintonizzasse di nuovo in quell’esatto frangente, in quel preciso luogo in cui tra le due donne sembrava che stesse per iniziare una vera e propria lite.

«Ma… Guarda… Che modi!» Daniela Farinetti adesso aveva alzato i toni. Continuava ad avere difficoltà nell’articolare le frasi, ma una cosa era evidente: la tensione creatasi con l’altra passeggera aveva frenato il torrente di lacrime, che fino a pochi attimi prima sembrava inarrestabile e tumultuoso.

«La verità», aggiunse la signora Farinetti: «è che tu, cara, non mi conosci. E provi ugualmente a giudicarmi…»

Compose quella frase con una serietà inaspettata. Una sentenza lapidaria che sembrava riecheggiare una di quelle declamazioni che i personaggi televisivi tendono a fare soltanto al fine di ottenere il consenso del pubblico in studio. Al fine di godere di uno scrosciante applauso che è modesto contentino per la loro insulsa vanagloria.

Eppure, quella frase fece esitare la più giovane, che serrò le proprie braccia, incrociandole davanti al petto, mentre sul viso faceva capolino un’espressione scontrosa e titubante al tempo stesso.

Che si fosse pentita di essersi mostrata aggressiva con una donna più matura?, congetturò l’uomo che stava, con tanto interesse, assistendo al diverbio divampato davanti ai suoi occhi.

«Probabilmente sbaglio nei modi» disse, ma si affrettò ad aggiungere: «però, se ritiene che abbia sbagliato a giudicarla, lei, forse, avrebbe dovuto presentarsi in un modo differente.» La giovane proferì quelle parole senza rivolgere il benché minimo sguardo all’interlocutrice. Voleva stemperare i toni di quell’accesa discussione, immaginò il giovane compositore, ma comprese che al tempo stesso la signora Farinetti non avrebbe potuto mai aspettarsi di più di quel fugace momento di remissività.

«Può darsi, cara.» Non c’era condiscendenza in quelle parole, ma quasi certamente una buona dose di ironia. Tuttavia la signora Daniela proseguì: «ma dato che siamo costrette a coesistere, in questo ambiente, per Dio solo sa quanto tempo… Perché non provi tu a farti conoscere. Anzi, perché non proviamo a ricominciare daccapo. Anziché fare la scontrosa e isolarti come tutti i giovani di oggi sono bravi a fare, perché non provi a mostrarti educata, come io mi sto mostrando educata e comprensiva nei tuoi riguardi… Malgrado i tuoi modi meriterebbero solo rimproveri.»

La giovane, così come l’uomo, rimase a bocca aperta. Che cosa significava quello sproloquio? Quale sarebbe stata la ragione per cui, di punto in bianco, dopo aver sfiorato una violenta lite, lei avrebbe dovuto aprirsi e raccontare di sé? C’era qualcosa di surreale. Ma forse ad essere surreale era la situazione nel suo complesso, non tanto la domanda della signora Farinetti. In fondo, pensò il compositore, era vero: erano costretti a convivere. E forse conoscersi un po’ di più non poteva che aiutarli a distrarsi, evitando, di conseguenza, ulteriori livori ingiustificati.

Era una donna di un’arroganza ineguagliabile; questo era il concetto che si delineò chiaro come il sole nella mente della donna più giovane. Trovava questa spocchiosa signora Farinetti nient’altro che una fumosa mantenuta, che, adesso, cercava un buon modo per tenersi occupata e far passare il tempo – sicuramente interminabile – che separava tutti loro dal momento in cui sarebbero usciti dal sotterraneo.

Nonostante le centinaia di ragioni per cui lei avrebbe dovuto rispondere in modo sgarbato alla signora Farinetti, decise di intraprendere ugualmente una strada differente. Non aveva senso, d’altra parte, alimentare la tensione e dare spettacolo davanti a un folto gruppo di persone, certamente preoccupate e scombussolate per il crollo avvenuto soltanto alcuni minuti prima.

Così, quasi forzando la propria anima a un sentiero zen, la ragazza decise di accontentare la signora Farinetti.

«Mi chiamo Claudia» esordì, infine. Solo dopo aver fatto trascorrere numerosi istanti, durante i quali il compositore aveva già pregustato una qualche invettiva acida e frizzante, buona a tirargli su il morale in quei momenti così delicati.

«Se davvero pensa che sia una buona cosa parlare di noi, va bene… Figuriamoci.» aggiunse Claudia, assumendo una posizione del corpo meno rigida, e voltandosi a osservare la signora Farinetti con uno sguardo che, contrariamente alle parole, manteneva un qualcosa di provocatorio.

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