Recensione La Ragazza dello Sputnik di Haruki Murakami

Nelle mie mani, nelle ultime settimane, è finito per la prima volta un libro di Murakami. La scelta non è stata mia, dal momento che si tratta del primo libro che ho dovuto leggere per un circolo di lettura, cominciato a frequentare da poco.

Ero sinceramente pieno di aspettative per questo libro. Non avevo mai letto romanzi di autori non occidentali e di Murakami, oltretutto, avevo spesso sentito parlare e anche bene. Pertanto mi aspettavo qualcosa di interessante e coinvolgente, o quanto meno qualcosa di cui valesse la pena parlare e sulla quale ci si potesse confrontare in modo positivo e costruttivo.

Devo, però, ammettere di essere stato decisamente deluso da questa lettura, che è stata, dai più, definita come un romanzo molto diverso dagli altri di Murakami (cosa che mi fa pensare che magari un giorno potrò dare un’altra chance a questo autore). Il libro che, apparentemente, dovrebbe trattare della storia di due donne, e di come una delle due si innamora dell’altra, è in realtà un romanzo di difficile definizione. Il fatto che la vicenda venga narrata da un soggetto diverso e la generale freddezza con cui vengono affrontati i temi più prettamente legati all’amore mi porta certamente ad escludere che si tratti di un romanzo d’amore.

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Ma forse l’impossibilità di definire l’opera è un obiettivo voluto di Murakami, che, a mio modo di vedere, narra la storia con un animo quasi surrealista e trasforma una storia poco avvincente in un’allegoria di qualcosa. Il qualcosa che non riusciamo a individuare con estrema facilità è, probabilmente, l’aspetto più intrigante di quest’opera, per il resto poco accattivante.

Credo che soltanto alcune parole cerchino di indirizzare il lettore verso la comprensione della storia e del messaggio recondito celato in essa e queste parole sono:

“Perché dobbiamo tutti restare soli fino a questo punto? pensai. Che bisogno c’è? Con tutte le persone che vivono su questo pianeta, e se ognuno di noi cerca qualcosa nell’altro, perché alla fine dobbiamo essere così soli? A che scopo? Forse il pianeta continua a ruotare nutrendosi della solitudine delle persone?”

 

E da questa citazione parto per farmi un’idea, che è anche quella che cerco di condividere nel blog, sulla base della quale “La Ragazza dello Sputnik” non è una storia che va compresa o seguita, ma è un’allegoria della solitudine. Murakami vuole descrivere quella sensazione di sentirsi rotti, divisi tra un mondo e un altro, perché siamo incapaci di trovare la persona giusta, di trovare il pezzo del puzzle che ci faccia sentire completi. Ci perdiamo perché non riusciamo a trovare l’altra parte di noi…

Si tratta – quasi certamente – di un’interpretazione estemporanea, ma è l’unica che riesco a trarre fuori da una lettura che mi ha poco entusiasmato e che ho vissuto con distacco; lo stesso distacco con cui l’autore sembra descrivere ogni sfaccettatura di una storia, che rimane troppo filtrata e fredda per poterci incantare.

 

Per tastare con mano, potete acquistare qui il libro

 

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