Grigio Metropolitano – 3a parte (Racconto inedito)

1A PARTE

2A PARTE

 

Erano momenti di panico per tutti i passeggeri rinchiusi nel vagone. Il conducente parlava fitto fitto con un paio di donne allarmate, tra cui figurava anche la signora che sorvegliava i due bambini seduti accanto al giovane compositore. Gli stessi bambini sembravano ancora terrorizzati dal crollo, mentre altre persone cercavano di farsi forza tra loro, altre di sdrammatizzare quasi, con alcune battute poco convinte.

Il pensiero che potessero rimanere là dentro per molto tempo e quello, sicuramente peggiore, che avrebbero potuto rischiare ancora una volta l’incolumità per nuovi cedimenti strutturali aleggiava come una nuvola scura nelle menti dei passeggeri, costretti ad una convivenza forzata fino al momento in cui qualcuno sarebbe venuto a salvarli.

Ma in frangenti così unici e bizzarri, l’animo umano viene ad essere scombussolato anche dall’adrenalina, che si diffonde nel sangue come una sorta di veleno. Un veleno che porta le persone a ritenere normale l’anormale e viceversa. E in questo frangente di follia, Claudia pensava soltanto al modo giusto di rispondere alla richiesta della signora Farinetti. Si chiedeva cosa avrebbe potuto dire di sé, di fronte ad un uditorio di estranei. Era intimorita dall’idea di mettersi a nudo, di rendersi vulnerabile. Ma, d’altra parte, era sedotta dall’idea di poter annebbiare le paure sorde che giacevano nella sua coscienza, anestetizzando i pensieri con un fiume di parole.

Una verità che aveva imparato col tempo, sulla sua pelle, era che dare voce alle cose, ai pensieri, alle paure, era il modo migliore per limitarle, per renderle più piccole e sopportabili. Ed era una verità scomoda per lei che aveva sempre faticato non poco ad esporsi, a dire qualcosa di sé. Si sarebbe potuta definire taciturna, non timida. Ogni tanto temeva che ciò che avesse da dire non interessasse a nessuno e questo la portava a rifuggire dai contatti troppo intimi, dai confronti che potevano invadere la sua riservatezza.

«Ho ventisette anni» riprese la ragazza, convinta che, se avesse tergiversato ancora, non avrebbe più trovato la forza di parlare. «Sono disoccupata, purtroppo» ammise, quasi con vergogna, scostandosi nervosamente una ciocca ribelle dalla fronte. «Voglio dire… Non sono una scansafatiche. Ho fatto di tutto pur di racimolare qualche soldo. Solo che adesso… È un periodo difficile, tutto qui.»

A quel punto Claudia non si aspettava altro che un’occhiata di disgusto, trasudante una superiorità che avrebbe potuto definire “castale”, da parte della signora Farinetti. Ma nulla di tutto ciò accadde; la donna le offrì uno sguardo bonario, comprensivo. Forse, rifletté, quell’algida signora non era poi così terribile e insolente come aveva creduto inizialmente.

«In realtà era una giornata molto particolare per me anche prima che ci fosse questo crollo. Dovevo fare qualcosa di molto importante…» continuò, a un certo punto, sorprendendosi di se stessa. Era come se quelle parole le fossero uscite contro il suo volere. Come se fosse stata la sua voce a prendere una decisione autonoma e a sputar fuori quelle frasi, a dispetto delle proprie esitazioni.

Il suo volto avvampò e i suoi occhi si velarono di un grigiore malinconico, che non sfuggì inosservato al giovane uomo, il quale aveva ormai smesso di fingere di non essere interessato a ciò che la donna stesse dicendo. La osservava e si era proteso in avanti col corpo, per non perdere nemmeno un sussurro di quel discorso.

Claudia, così come la signora Farinetti, aveva notato l’uomo del sedile di fronte, così spudoratamente intrigato dalla loro conversazione, ma non vi aveva dato peso. Che sentisse anche lui. In circostanze come quella in cui erano non si poteva considerare valida nessuna norma di buona educazione, nessuna convenzione sociale. E, in qualche modo, la stessa Claudia era attratta dall’idea che più persone la ascoltassero.

Fare attenzione a ciò che aveva da dire e al modo in cui lo diceva, infatti, si stava rivelando l’antidoto perfetto per ogni timore. Ma questa era solo una delle ragioni per cui Claudia si era decisa a parlare. La vera motivazione per cui si stava spingendo avanti in quel discorso era un’altra: in realtà aveva bisogno di parlare. Aveva una vera e propria urgenza; l’urgenza di dire a un’altra persona ciò che la innervosiva e la turbava al momento in cui era salita in quello sfortunato vagone, per intraprendere quello sventurato viaggio sotterraneo, dal quale non sarebbe uscita per molto tempo, o forse mai.

Senza dare il tempo a Daniela Farinetti di chiedere delucidazioni su ciò che voleva intendere, Claudia ricominciò a parlare e lo fece con un tono appena più forte, un tono più convinto: «Sono giorni che non dormo, e non riesco a far nulla. Vivo in uno stato di costante agitazione. E, ormai, non posso più nascondermi dietro a un dito. C’è qualcosa di irrisolto nella mia vita, qualcosa che mi fa vivere piegata, china sotto ad un peso. Ma di questo bagaglio dovevo liberarmi.

«Oggi, infatti, mi ero decisa ad affrontare la persona il cui ricordo tormenta la mia mente, togliendomi il fiato e la serenità.»

Claudia sospirò, visibilmente emozionata. La sua voce vacillò, a dispetto della sua volontà di andare fino in fondo nel confessare i segreti della sua intimità. «Ero innamorata… O, forse, dovrei dire che lo sono tutt’ora. Non so bene che dire, scusatemi.» farfugliò, mentre le sue guance si trasformavano in due spicchi di mela, colorandosi di un’intensità di rosso indescrivibile. «Lo so, sono storie che si sentono tutti i giorni. Le storie che finiscono, la povera ragazza che rimane distrutta, che si butta a letto e mangia cioccolato fino a perdere la coscienza. E, di fatti, non c’è nulla di originale, ma questa è la mia storia. E oggi volevo rincontrare l’uomo di cui sono innamorata. Volevo dirgli, per quanto potesse servire, che ho sbagliato. Che me ne sono resa conto, sì. Che ho avuto troppa paura…»

Il suo cuore era occupato, eppure il compositore, in quell’istante, provò un forte desiderio. Un desiderio di conquista, potremmo dire. Avrebbe voluto afferrare Claudia e baciarla, giusto per capire che sapore avesse quella ragazza così profonda, che viveva con quell’intensità disarmante il dramma della sua quotidianità.

«Come mai è finita, tesoro?» chiese la Farinetti, addolcendo il suo tono di voce fino a farlo divenire miele. Forse niente più che una tattica per continuare a curiosare sulle vicende di Claudia.

«Ho sbagliato tutto ed è finita. Gli ho detto che dovevamo finirla, che non mi sentivo presa. E in realtà era solo una menzogna. Avevo solo paura di…» a quel punto la sua voce si ruppe, e Claudia non sembrò avere più la forza di riprendere a parlare.

«E la vostra?»

Il giovane uomo si armò di coraggio e di una buona dose di sfrontatezza, e si intromise nel dialogo delle due donne, rivolgendo uno sguardo alla signora Farinetti.

«La mia…?» fece confusa, con un’aria interrogativa.

«Lei ha raccontato la sua storia e mi chiedevo quale fosse la vostra storia» disse il compositore. Si rendeva conto, in quel momento, di come il suo atteggiamento sarebbe stato considerato rude e invadente. Ma si era deciso a intervenire, sia perché riteneva fosse doveroso, per lui, essere veramente partecipe di una conversazione che stava origliando, sia perché aveva sentito l’irrefrenabile impulso di distogliere l’attenzione dal racconto di Claudia, che approfittò della distrazione per respirare a pieni polmoni e ricomporsi.

«Lei è un uomo molto spavaldo, sa.» disse la signora Farinetti, con un tono più divertito che indispettito. «Ma, d’altronde, ha ragione. Siamo chiusi qui dentro e abbiamo deciso di parlare di noi. Quindi parlerò di me, a patto che lei accetti di parlare della sua vita, non appena io avrò finito.»

Il compositore annuì e aggiunse: «Per la cronaca, mi chiamo Samuele e mi dispiace… Mi dispiace se vi ho ascoltate parlare, ma cercavo soltanto di distrarmi…»

Sia Claudia che la signora Farinetti annuirono comprensive.

«Come vi ho detto, mi chiamo Daniela Farinetti» esordì la donna, che aveva ormai buttato ai suoi piedi, con una certa noncuranza, le buste con i costosi acquisti del pomeriggio. «Farinetti è il cognome di mio marito, si intende. Il mio nome da nubile è Russo. Sono nata in un paesino di campagna, anni e anni fa. Non vi dico l’anno per non farmi prendere per una vecchia befana.» Rise a crepapelle, di fronte agli sguardi perplessi ed esitanti sia di Claudia che di Samuele, i quali iniziavano a comprendere come il minimo comun denominatore della personalità di quell’elegante signora fosse l’insicurezza. Non si credeva più giovane, non si credeva più bella, e allora sfoderava le armi dell’alta borghesia: il contegno e la malcelata supponenza.

«Che dire di me? Ho conosciuto la città quando mi sono trasferita per studiare. Volevo diventare una giornalista, ma alla fine al mio secondo anno incontrai l’amore della mia vita e lasciai perdere gli studi.» Il modo in cui articolava le parole e le espressioni facciali che accompagnavano quel racconto avevano qualcosa di artificiale, di posticcio. Samuele se ne rese conto subito, Claudia, invece, sembrava ancora persa nei suoi pensieri, in quello che non era riuscito a dire e che adesso campeggiava nella sua coscienza, saltando da un angolo all’altro con la grazia di un elefante in una cristalleria.

«Ho sposato Giacomo che era Luglio. Lui era da poco entrato a far parte di un importante studio di avvocati e la sua famiglia ci aveva comprato il nostro primo appartamento. Mi sentivo invincibile quei giorni… Peccato che presto arrivarono i problemi…».

Stavolta la voce, forzatamente emozionata, si incrinò, come se tutta la positività di quella narrazione fosse d’un colpo svanita. E, se il tono trasognante appariva incredibilmente finto, quell’interruzione, quel tremolio nella voce e lo sguardo cupo che aveva preso spazio all’interno degli occhi castani della signora sembravano essere decisamente autentici. La felicità decantata, evidentemente, era nulla in confronto a un qualche dolore che doveva aver provato nei primi anni del suo matrimonio.

Indagare sul detto e sul non detto, scrutare i cambiamenti nei volti, era un’attività che stimolava incredibilmente quel compositore, che adesso si sentiva preso dall’adrenalina. Era sicuro che fosse l’effetto della combinazione fra la sensazione di aver scampato un grosso guaio e la sensualità di quel momento di intimità con delle perfette estranee. Era come un carnevale all’interno delle lamiere di metallo, un carnevale che le aveva portate a parlare del loro vissuto, per una qualche ragione che non riusciva nemmeno bene a capire.

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