Grigio Metropolitano – 4a parte – finale (racconto inedito)

1a parte

2a parte

3a parte

 

Non ci fu modo di convincere la signora Farinetti ad essere più specifica, a confessare quali fossero quei problemi il cui ricordo aveva smorzato il sorriso sul suo volto. Ella chiosò il suo racconto, affermando banalmente di essere felice e di avere tanti progetti in cantiere. Il suo tono tornò artefatto, come lo era stato sin dal momento in cui la sua persona aveva incrociato il percorso di Samuele e Claudia.

Non appena la ricca signora ebbe finito di parlare di sé, il vagone venne assalito da un tramestio di sorpresa. Si iniziavano a sentire i rumori di grandi gru e scavatrici, messe al lavoro per liberare il passaggio, per salvarli da quella gabbia di lamiera che era diventata la loro tana sotterranea.

In quei minuti alcuni uomini iniziarono a chiedere al conducente se fosse possibile aprire le porte del treno e cercare un’uscita altrove, allontanandosi il più possibile dai detriti ed evitando, così, anche il rischio di eventuali crolli. L’omuncolo, stanco e atterrito per quella spiacevole situazione, della quale sembrava quasi sentirsi in colpa, si limitò, tuttavia, a scrollare le spalle, affermando che un guasto elettrico li costringeva a rimanere nel vagone e che non c’era modo di far ripartire il veicolo verso la direzione opposta, né qualche metodo per sbloccare le portiere. Egli aveva anche aggiunto che era più sicuro continuare ad aspettare, malgrado quell’inciso sembrò soltanto indispettire le persone che iniziavano a soffrire tutti quei fastidi connaturati all’essere intrappolati, senza la possibilità di prendere una boccata d’aria e, sicuramente, senza la possibilità di poter andare al bagno ad espletare le proprie esigenze fisiologiche in santa pace.

Passarono un paio d’ore in cui Claudia, Samuele e la signora Farinetti piombarono in un silenzio fitto e cupo. Un silenzio impermeabile agli sguardi e anche al baccano della gente che iniziava a dare di matto, impermeabile al fatto che alcuni bambini avevano adibito un angolo in fondo al vagone al ruolo di orinatoio.

«Ho una fame…» disse, infine, il compositore, rialzando la testa da quella posizione china che aveva assunto in quel lasso interminabile di tempo durante il quale nessuno dei tre ebbe la voglia di guardarsi o di comunicare. Si ridestò, come da un sonno profondo, e allontanò da sé tutti i pensieri che gli affollavano la testa. Le congetture e le supposizioni su ciò che mancava nelle storie delle due donne, tanto prese, a loro volta, dai propri turbamenti da non avergli chiesto di parlare di sé.

«In effetti è ora di cena… fuori…» farfugliò Claudia, che non cessò di giocherellare nervosamente coi capelli.

«A tutto c’è un rimedio.» Daniela sembrò quasi illuminarsi. Traccheggiò alcuni istanti con la sua borsa firmata e poi tirò fuori un involucro di carta marrone. Un sacchetto comunissimo, di quelli che utilizzano i panettieri. Al suo interno c’era della pizza secca, che la signora distribuì con generosità ai due compagni più giovani. Anche i bambini gliene chiesero dei pezzetti e lei rinunciò a quella che sarebbe stata la sua porzione per accontentarli.

Due cose colpirono Samuele. La prima era che una donna di quella classe ed eleganza, che faceva di tutto per apparire agli altri come una regina della società moderna, come una nobile del quotidiano, tenesse con sé un cibo così povero. E ciò portò immediatamente il compositore a pensare che ella non fosse altro che apparenza, ma che quella stessa apparenza fosse solo un’arma di difesa per celare o, forse, per meglio dire, per compensare le proprie insicurezze e i propri dolori. Magari mangiava certe sciocchezze fuori perché mangiare la distraeva da quei pensieri che la ossessionavano, e che lei ostinatamente ricacciava indietro, rizzando la schiena e la testa e apparendo al mondo come una donna intoccabile e austera.

La seconda cosa, invece, era il suo comportamento con i bambini. Subito balzò alla mente del compositore una lacuna nel racconto della signora Farinetti: non si era parlato di figli. Era, ormai, in un’età in cui avere figli era del tutto inconsueto, se non addirittura raro. E sembrava che lei e l’avvocato, suo marito, non avessero dato alla vita alcun erede della loro, sicuramente non modesta, fortuna.

Forse quel gesto assolutamente spontaneo, di cedere il cibo ai bambini, doveva aver significato molto per quella donna. Forse l’assenza di figli era uno dei tormenti che si portava dietro, con eleganza e con freddezza, e con la feroce determinazione di non sentirsi mai in difetto.

«Adesso tocca a me parlare.» Erano trascorse due ore, eppure a Samuele non importava niente. Aveva deciso di attirare nuovamente l’attenzione sia di Claudia che della signora Farinetti. Si sentiva in colpa all’idea di non esporsi con quelle due donne che, in quei momenti, erano al centro delle sue riflessioni, quelle donne con cui stava condividendo un’esperienza sgradevole, ma non tragica, che probabilmente si sarebbe ricordato per molti anni a venire. Loro si erano aperte, avevano esposto il loro cuore, o, quanto meno, una parte di esso. Forse perché mantenere alzati gli scudi e calate le maschere, in quella situazione, era troppo gravoso. O forse perché una strana bizza del destino aveva voluto così. Aveva voluto che degli sguardi si incontrassero e che si creasse un contatto, a dispetto della differenza di età, a dispetto della diversa attitudine, del diverso carattere, del diverso abbigliamento, a dispetto di tutto.

«Io faccio il compositore» disse in un soffio Samuele, con un tono spontaneo, che poteva sembrare finanche spensierato. «Lavoro da qualche mese per uno studio importante e oggi dovevo parlare con uno dei miei capi e vedere come modificare un po’ un nuovo pezzo, che sembra non averlo convinto del tutto…»

«È un magnifico lavoro» fece la signora Farinetti, sorridendo in modo plateale.

«Beh… Sì. Originariamente avrei preferito cantare. Essere io, insomma, quello che andava in scena a dar voce alle mie musiche, ma… Pazienza. Mi reputo comunque molto fortunato. Devo dire che la mia carriera e il mio sogno sono le uniche cose che valga la pena raccontare di me…»

Ma venne interrotto. «Non credo. Sono sicura che anche tu avresti molto di più da dire. In fondo un’artista ha sempre una storia alle spalle». Daniela sorrise. I suoi occhi erano sognanti, come se si fosse persa in un sogno ad occhi aperti. Un sogno nel quale, magari, lei stessa era un’artista e viveva di una vita in cui non aveva bisogno di finzioni e di esteriorità per sentirsi sicura.

«No, davvero» insistette Samuele: «non ho incredibili o tragiche storie d’amore da raccontarvi, anche se mi piacerebbe.» Non era triste. Sapeva che avrebbe potuto parlare soltanto di alcune fugaci storielle, che nulla avevano di poetico o di romantico. Ma era altrettanto sicuro che la sua vita stava subendo una serie di cambiamenti radicali e che, come era arrivata un’occasione lavorativa, magari sarebbe arrivata anche una nuova persona a riscaldare il suo ardente cuore di musicista.

Riflettendo, però, i suoi occhi si posarono nuovamente sul volto di Claudia e su quelle labbra carnose, attraenti come due braci rosse. Il desiderio che provava era pulsante, evidente sotto le spoglie di una falsa indifferenza. Eppure si sforzò di ricordarsi che quella ragazza dal viso angelico aveva intrapreso quel viaggio metropolitano per andare a trovare la persona di cui era dolorosamente e follemente innamorata.

La sua mente vagò su quella pelle chiara per minuti, e poi per ore. Senza che nessuno parlasse per dire niente di rilevante. Mentre in sottofondo i rumori continuavano, imperterriti e continui.

E arrivò la notte e la passarono pensando, meditando su quanto era uscito fuori dai loro discorsi. Su quanto era uscito fuori dal dover rispondere a una sola richiesta…

Parlami di te.

Come sembra semplice, ed in effetti lo era stato, raccontare qualcosa, per presentarsi, per dare l’impressione di essere raggiungibili, di essere umani. Di essere lì; vicini a qualcun altro che non conosciamo e che potremmo afferrare con una facilità disarmante. E, ciononostante, restiamo lontani. Non rispondiamo veramente a quella richiesta. Teniamo nella nostra mente e, soprattutto, nel nostro cuore i drammi di una vita, i drammi che sono, in fin dei conti, la nostra storia. La nostra vera storia.

La vera storia della signora Farinetti narrava di una donna che aveva, forse avventatamente, abbandonato tutto a causa di un amore travolgente, che le aveva fatto perdere di vista se stessa. Che le aveva fatto perdonare i tradimenti continui di un marito poco incline a rispettarla. Che l’aveva costretta a una vita di plastica, in cui le griffe erano le uniche firme che metteva nella sua vita.

La vera storia di Claudia era una storia forse banale, ma che raccontava di una ragazza troppo insicura per aprirsi agli altri. Una storia che parlava del dolore che nasce dall’ansia di non essere abbastanza per gli altri. Se Shakespeare suggeriva di amare e perdere, Claudia aveva scelto di perdere e basta. Aveva abbandonato l’amore della sua vita perché lo riteneva troppo, e si era fatta odiare senza alcun motivo. Era una storia così drammaticamente semplice che era apparsa così dannatamente complicata a coloro che ne erano rimasti coinvolti.

La vera storia di Samuele, invece, era una storia che ancora doveva essere scritta. Era una storia fatta di osservazione e speranza, che era solo al suo primo capitolo. Era la storia di qualcuno che voleva trasformare le storie degli altri in musica. In una musica travolgente che narrasse dell’unica cosa che lo legava a coloro ai quali si interessava, e che, in fondo, legava tutti quanti indiscriminatamente: l’umanità. Egli si sentiva umano quando ascoltava le altre persone, si sentiva vivo quando poteva immergersi nelle pupille degli altri, quando poteva sentire di penetrare nelle acque profonde delle coscienze di uomini, le cui storie sarebbe riuscito a percepirle con la fantasia e con l’immaginazione più che con i cinque sensi. Perché in fondo le storie degli altri sarebbero state scritte da lui, perché le vere storie degli altri non gli sarebbero state rivelate. E questo è quello che comprese su quel vagone.

Su quel vagone, dal quale uscì la mattina dopo. Assonnato, stanco e con la vescica che richiamava la sua disperata attenzione.

Poco prima di scendere dal vagone, quando un manipolo di addetti aveva finalmente sbloccato le porte, la signora Farinetti fermò Samuele e Claudia.

«È stata una bella avventura.»

«Sì.» rispose Claudia.

«Sarebbe stato meglio conoscerci in altre circostanze» aggiunse Samuele, ridendo appena, sforzandosi di tenere aperti gli occhi.

«Che farete adesso?» chiese la signora Farinetti, con uno sguardo troppo maturo per una donna che ancora non poteva definirsi anziana.

«Io penso che rinuncerò al mio sogno romantico» disse Claudia, con un tono lieve, ma risolutamente. «Tutta questa storia mi ha fatto capire che semplicemente non era destino.»

Daniela Farinetti scosse la testa, con un certo disappunto. Samuele, invece, preferì non dire nulla. Era già proiettato sull’altrove, sul mondo esterno, sul cielo, sul sole e sull’aria. Sulla lontananza da quella scatola di ferro che puzzava di piscio, in cui aveva scoperto quanto fosse facile e allo stesso modo difficile comprendere qualcuno e conoscerne i segreti.

E prima che si potessero chiedere come e perché i tre si salutarono, in un modo abbastanza formale e distaccato. Come se non avessero condiviso nulla in quelle ore. O forse era il mondo esterno e la sensazione di essere ritornati alla normalità a costringerli a comportarsi in un modo canonico, distaccato e glaciale, come si tende a comportarsi nella quotidianità cittadina. Ci furono strette di mano e “buona fortuna per il futuro”, ma niente di più.

Samuele si allontanò dalla voragine che si era creata nel punto in cui il tunnel era crollato e, prima che se ne rendesse conto, aveva messo chilometri dietro a quelle grigie solitudini mascherate che, per poco tempo, aveva avuto la sensazione di poter dominare.

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